Dicembre 2025
L M M G V S D
1234567
891011121314
15161718192021
22232425262728
293031  

Argomenti

La Croce di Gaza attende la Comunità internazionale
Palermo, Psicologia della Religione, Ricerca di Dio

Voi la chiamate Pace?

Quella dove tutti i varchi d’accesso alla Striscia di Gaza sono presidiate dall’esercito israeliano che con criterio discrezionale impedisce l’ingresso dei soccorsi umanitari necessari alla sopravvivenza?

Quella dove gli alimenti salva vita fermi da mesi nei centinaia camion parcheggiati al confine sono considerati beni di lusso per cui non è possibile donarli per aiutare decine di migliaia di bambini a cui continua ad essere negato il diritto alla vita?

O, ancora, quella che riduce due milioni di persone a vivere in tende – oltretutto rette da bastoni di fortuna perché i militari impediscono l’ingresso delle bacchette dei telai in quanto considerate potenziali “armi improprie” – che vengono spazzate via dalle intense precipitazioni che hanno già allagato i diversi accampamenti.

Lì dove il popolo gazawi – che oggi costituisce la parte più oppressa del popolo palestinese – cerca di rialzarsi con enormi sforzi ogni giorno, la violenza politica continua la sua strategia di morte mascherandola di pace per trovare la complicità della Comunità internazionale che, di fatto, ha rinunciato alla difesa del diritto internazionale su tutta la scena mondiale.

Come non pensare anche al Sudan dove la guerra ha sterminato oltre centocinquantamila civili di cui la maggior parte bambini?  Anche in quel caso quindici milioni di bambini sono privati dei supporti minimi per la crescita e i soccorsi continuano a non arrivare perché la Comunità internazionale rimane sorda, forse, per una questione di interessi economici come accade in ogni guerra. Nel Sudan, infatti, lo scontro è tra l’esercito sudanese e i paramilitari delle Forze di Supporto Rapido sostenute dagli Emirati Arabi Uniti.

Il copione è lo stesso: prima lo sterminio e poi viene negato l’accesso agli aiuti umanitari e, così, la popolazione continua a morire di stenti o nel disperato tentativo di fuggire muore lungo il cammino.

Solo ad El Fasher assediata dai miltari si trovano oltre duecentomila persone di cui centotrentamila bambini.

Anche in quel caso è in corso una pulizia etnica analoga al genocidio che si sta continuando a consumare sulla Striscia di Gaza e attraverso l’occupazione di sempre nuovi territori in Cisgiordania.

Il linguaggio della pace è un altro e certo non corrisponde agli slogan suggestivi tipo “Food for Gaza” quando la realtà è data dai cinquanta milioni di dollari in aiuti bloccati ai confini di Gaza impedendo l’ingresso di beni di prima necessità che salverebbero milioni di civili inermi, lì dove anche un semplice farmaco essenziale garantirebbe le cure minime per sopravvivere.

Di fronte a questa esibita onnipotenza che vorrebbe dimostrare chi governa le sorti del nostro mondo oggi celebriamo la solennità di Cristo Re dell’Universo.

È paradossale che la vera regalità ci venga mostrata dall’alto di una croce e da un uomo che sembra avere fallito la sua missione di vita. Apparentemente il bene è sconfitto, l’amore sfregiato, il perdono deriso.

Eppure nella scena della crocifissione viene rivelato l’incontro tra il Cielo e la terra dove il Figlio si china nei meandri della solitudine umana che porta con sé ogni tipo di ingiustizia e si fa solidale per rivelare un oltre che supera perfino l’apparente vittoria della morte.

Gesù tradisce le aspettative del re glorioso e vincitore, piuttosto mostra la resistenza che custodisce la relazione con il Padre nonostante tutto. Non cede alle sfide di salvezza – “salva te stesso” – che gli vengono lanciate da chi persegue una logica individualistica per metterlo alla prova. E neppure a chi lo invita ad un buonismo – “salva te stesso e noi” – che si schiera solo per difendere il proprio interesse.

Lui ascolta il grido del povero che riconosce la propria colpa – “Noi, giustamente, perché riceviamo quello che abbiamo meritato per le nostre azioni; egli invece non ha fatto nulla di male” – ma non proietta sull’altro rivendicazione o rabbia. Quel povero che ha perso la sua libertà perché carcerato e condannato a morte, ha uno sguardo libero nel riconoscere il Signore della storia.

Questa scena, oggi, continua ad essere monito di fiducia per tutti gli oppressi del nostro mondo, per i piccoli ai quali viene violata l’esistenza. Ciò non significa passiva rassegnazione ma attiva partecipazione, necessario coinvolgimento e ascolto del grido dei poveri.

Il Maestro si è compromesso donando la Sua vita affinché il dolore del mondo non rimanesse vano e la Chiesa continua ad essere chiamata a rispondere a questo grido tradendo le aspettative perbeniste del nostro mondo.

Se solo riuscissimo ad ascoltare le urla dei prigionieri vittime di tortura a Gaza, delle donne stuprate nelle prigioni israeliane o lo strazio dei bambini privi di tutto, se solo riuscissimo ad ascoltare forse il nostro parlare e le nostre azioni sarebbero distanti dall’attuale silenzio.