Narrazioni biografiche
Le biografie personali sovente vengono raccontate secondo una tessitura di conquiste o di insuccessi sperimentati nella propria esistenza. Ai più desta ammirazione un racconto in cui si descrive una escalation sociale dove l’individuo riesce a farsi “una posizione” e, questa, sembrerebbe essere la meta a cui aspirano la maggior parte delle persone.
La scalata nella piramide del sistema puntualmente prevede autocentratura, competizione e performance sempre più alte. Assumendo questa postura si entra nella frenesia del quotidiano e la perdita dei rapporti umani e l’impossibilità a fermarsi per trovare ristoro è il prezzo da pagare in vista di proventi eccellenti anche in termini di ammirazione e di prestigio.
Una delle molteplici conseguenze di questo fare è la esteriorizzazione dei propri vissuti perché viene raccontato ogni dettaglio della propria quotidianità magari edulcorato con qualche ritocco, in modo da esibire e ottenere plausi sempre più crescenti.
Tutto questo in realtà non procura gioia ma solitudine e vuoto interiore, tristezza e ansia del vivere. Malgrado ciò si rincara la dose per raggiungere prestazioni sempre maggiori che finiscono con l’accrescere lo stato di disagio fino all’assunzione di sostanze o “percorsi di fuga” per sedare l’angoscia esistenziale che ne deriva.
Il Vangelo (Mt 13, 44-52) di questa domenica entra nel merito destabilizzando simile tendenza. Assistiamo, infatti, ad un’inversione di prospettiva perché viene indicata la via del “vendere tutto” per trovare la vera gioia data dall’unico tesoro prezioso.
Il primo aspetto ruota attorno al “nascondimento” quale via per custodire ciò che ha valore. Non si tratta certo della chiusura difensiva mossa dall’avidità dei possessi ma della difesa dell’interiorità che abbisogna di riservatezza piuttosto che esteriorizzazione.
La vita spirituale, infatti, non procede per accumuli e riconoscimenti ma per essenzialità vissuta nel segreto del cuore. È lì che la Parola trova spazio per essere fecondata ed impastarsi con l’esistenza di ciascuno. Tale nascondimento è da accomunarsi all’attesa e cioè al favorire il processo di trasformazione personale ad opera del dono ricevuto.
L’arte del discernimento infatti non è legata all’emozionalismo del momento ma alla meta che si persegue attraverso le opere e gli orizzonti di vita. È così che si impara a custodire il bene e a opporsi al male e cioè a a non trattenere ciò che sarebbe di impedimento alla custodia del “tesoro prezioso”.
Una vita “affollata” da cose buone non è garanzia della cura di ciò che davvero conta: non tutto il bene fa bene!
Questo è il senso della parabola in cui chi scopre il tesoro compra anche il campo in cui è nascosto e cioè sceglie di custodire ciò che altrimenti potrebbe essere alla mercé di chiunque.
Questa riservatezza attraversa le pagine del Vangelo, si pensi a Maria che custodisce gli eventi nel suo cuore o alla vedova che offre i pochi spiccioli senza clamore.
È così che matura il coraggio della difesa del bene e della parola di denuncia che non fa tirare indietro malgrado le minacce di morte. Pensiamo alla discrezione di don Pino Puglisi o alla fermezza del giudice Paolo Borsellino nel portare avanti la sua missione malgrado la paura e il dolore per la strage di Capaci.
Discernere il bene da perseguire richiede il rifiuto di ogni logica di male e questo a volte può avere il prezzo della vita ma, certo, è già annuncio qui in terra del Regno dei cieli.