Il coraggio umile
Giustificare l’inimicizia tra i popoli o tra le diverse fasce sociali, equivale ad instillare un clima tossico in cui cresce l’escalation di violenza per la voglia di dimostrare di essere qualcuno o, in modo speculare, si diffonde il sentimento vendicativo di chi utilizza la forza per farsi giustizia.
Tutto questo produce incertezza e disorientamento, paura e sfiducia, indebolendo la capacità di coesione sociale e di riflessione adeguata nel leggere i fenomeni e agire fattivamente per prendersi cura del malessere registrato.
Abbiamo bisogno di maestri e non di giudici, di testimoni e non di teoreti. La saggezza è arte di vita assai deprezzata ai nostri giorni, piuttosto si preferisce dare rilievo alla performance di tendenza pensando che dall’estetica dipenda il senso delle cose.
È perciò che troviamo molti uomini religiosi e sempre meno persone di fede, molti saccenti pronti a dare il consiglio giusto ritenendo di avere la soluzione in tasca.
Questa prospettiva manca di visione ed inchioda l’umano al momento presente caratterizzato da un sensazionalismo privo di comprensione degli eventi.
Infatti assistiamo sempre più ad agiti privi di pensiero e comportamenti reattivi che mostrano il declino dei valori che caratterizzavano la nostra civiltà. Il giustizialismo che porta alla vendetta personale o alla gogna mediatica è solo un sintomo di questa deriva.
In simile scenario il Vangelo continua a riportarci ad un respiro differente, capace di andare oltre l’immediato e di interrompere i calcoli di convenienza in vista di un bene ulteriore.
La pagina che meditiamo questa domenica ci rimanda al senso dell’attesa di fronte al campo dove insieme al grano si è insinuata la zizzania. Proprio questa evidenzia un’apparenza lussureggiante che potrebbe ingannare ma, nel tempo, rivela la propria vuotezza e la tossicità che produce in quanto i semi non sono commestibili.
Eppure viene richiesta la coabitazione di entrambe attendendo il tempo maturo. L’interventismo, altrimenti, potrebbe procurare nocumento al buon grano fino a minacciarne la crescita.
Questo non significa che bisogna rimanere neutrali, altra postura assai diffusa ai nostri giorni, ma che il bene va coltivato nel tempo malgrado le provocazioni che vorrebbero fare desistere mandando all’aria la cura della missione che ci è stata affidata.
L’orizzonte è ben altro e le parabole successive lo esplicitano attraverso l’immagine del granello di senape e del lievito mescolato alla farina.
Oltre l’apparenza c’è la piccolezza di un granello che custodisce la capacità di diventare un arbusto talmente grande da donare refrigerio a tanti. Lo stesso vale per il lievito che per fare fermentare la massa deve scomparire rivelandosi nella bellezza del prodotto finito.
Queste immagini danno risalto alla gratuità del dono in cui la propria parte è volta a generare altro da sé. È la logica dell’amore che per essere tale deve rimanere fecondo e dunque procurare il bene altrui.
Tutto questo non è possibile in termini di bravura e di merito ma, come ricorda la parabola precedente, è frutto dell’accoglienza del dono della Parola e dunque della vita divina.
Fino a quando si rimane autocentrati il terreno rimane impermeabile e quindi incapace di lasciarsi abitare.
Il cammino spirituale richiede questa spoliazione e fino a quando l’analogia con il granello di senape o con il lievito costituisce un problema, perché scandaloso per la postura narcisistica che si è assunta, allora non potrà esserci vera crescita nella fede. Tutto sarà ridotto a mero impegno religioso volto a ritenersi giusti e perciò autorizzati ad essere giustizieri di fronte agli altri.
Basta dare una lettura ai post sui social per rintracciare queste battaglie pseudo religiose che di fatto trasformano il credo in una dottrina detentrice di potere e di condanna per il peccatore di turno.
Da dove ricominciare dunque? Dal coraggio umile di chi torna a fermarsi per ascoltare il Cielo.