Generare comunità
Riconoscersi Comunità in base ai legami di sangue o alla nazionalità di appartenenza è una prospettiva riduzionista che svilisce l’orizzonte umano fino a chiuderlo nel familismo o nel nazionalismo.
Assistiamo ad una svalutazione analoga quando i rapporti interpersonali vengono circoscritti alle interazioni sui social o sulle piattaforme virtuali senza mai entrare a contatto con la presenza dell’altro.
L’incontro su cui si regge una vera Comunità è capace di sostenere il peso della diversità riconoscendo il volto autentico di ciascuno. L’umano rimane tale quando si esprime nell’originalità che gli è propria entrando in una sintonia virtuosa che esprime l’armonia dell’insieme ben diversa dall’omologazione che appiattisce le singole individualità.
Abbiamo bisogno dello sguardo e della parola di tutti per generare Comunità che abbiano un volto frutto della pluriformità e del reciproco riconoscimento. Altrimenti ci si potrebbe fare forti degli innumerevoli follower o delle masse unite da slogan che designano un nemico comune e così catalizzare consensi.
Quando si ricorre a frasi ad effetto come ad esempio “L’Italia agli italiani” si stabilisce un criterio identitario che implica una conseguente discriminazione verso chi non risponde ai parametri prefissati. È la stessa visione politica che assume il criterio meritocratico quale fattore organizzativo e quello della conformità per giustificare lo scarto. Sono visioni che misconoscono le competenze tacite o che azzerano l’intelligenza emotiva appiattendo l’umano sul piano del calcolo uniforme senza tenere conto della ricchezza propria della complessità.
Il Vangelo (Mt 10, 37-42) di questa domenica entra nel merito con un’affermazione lapidaria: “chi ama padre o madre più di me non è degno di me.”
L’essere “degni” indica il rapporto di appartenenza dettato dalla missione che accomuna a Dio. Con questa espressione Gesù mostra la profondità dei rapporti a cui si è chiamati per vivere in pienezza da figli del Padre.
Le relazioni umane abbisognano di un di più che va oltre i criteri di convenienza propri dell’interesse individuale. L’amore per i propri cari a cui si è legati affettivamente è connaturale all’animo umano ma il sentire che lega alla missione di vita è molto più ampio perché esprime il disinteresse e la gratuità nel prendersi cura dell’altro anche se estraneo.
È una visione politica della storia e della società che viene a destabilizzare la logica del profitto economico, perché quando la politica rimane sottomessa alla finanza finisce col cercare il tornaconto legato alla propria cerchia.
L’annuncio del Vangelo, piuttosto, genera figli di Dio ossia cittadini del Cielo stranieri e pellegrini in questo mondo. Apre al cammino di popolo che è rivolto verso la meta e perciò libero da ogni sorta di contesa competitiva per accaparrarsi possessi o terre su cui fondare la propria identità.
Gesù ribadirà che sua madre e fratelli sono coloro che fanno la volontà del Padre suo e cioè quanti si aprono alla logica dell’amore vero e senza riserve. Così è di Maria che è riconosciuta pienamente madre quando ai rimarrà ai piedi della croce sostenendo i carico della missione del proprio figlio.
Le relazioni umane, dunque, vengono liberate dalla logica di possesso e piuttosto consegnate alla missione di vita perché ciascuno è custode, ossia è chiamato a favorire, la piena espressione dell’altro.
Siamo chiamati ad entrare nella postura della fraternità rispondendo affermativamente alla domanda di Caino perché siamo tutti custodi dei nostri fratelli. Caino uccide perché pensa di non essere visto e di non avere un’offerta da dare e cioè svaluta lo sguardo di Dio verso di sé e pure nutre uno sguardo svalutante verso di sé.
Abbiamo bisogno di lasciarci stupire dalla Parola del Cielo che è puntualmente chiamata a venire fuori rivolta a ciascuno, affinché possa esprimersi il contributo personale di tutti. È così che si genera comunità e si partecipa alla costruzione dei processi di pace e di cura di questo mondo assai ferito.
Troppi sono i popoli condannati alla morte per le guerre o alla fame per le speculazioni economiche di alcuni. Troppe sono le disuguaglianze nutrite nella società opulenta che sfrutta i piccoli per mantenere privilegi a chi detiene il potere. Quanti giovani sono privati del futuro e schiacciati nella schiavitù delle dipendenze che, di fatto, sono costi preventivati dal sistema di turno.
Questa settimana a Lampedusa, da sempre crocevia di popoli e di culture che hanno attraversato l’isola nel cuore del Mediterraneo, è nato un nuovo murale a firma di Igor Scalisi Palminteri dal titolo: “Francesco degli Abissi”.
Il povero di Assisi è stato raffigurato immerso nelle profondità del mare lì dove decine di migliaia di profughi continuano a morire per mancanza di aiuti e soccorsi preventivi. Sono i lebbrosi del nostro tempo, frutto di una società che produce scarto umano e ambientale, sfregiando di senso l’abitare questo mondo.
San Francesco è il testimone del Cielo che si avvicina compromettendosi con tutti gli emarginati della storia per portare loro la luce della Parola e restituire dignità a chi l’ha perduta.
È un dono per tutti gli abitanti dell’isola che ogni giorno vivono il mare quale luogo di incontro e di speranza, crocevia esistenziale ove il quotidiano è occasione per vivere l’incontro ed il riconoscimento del viandante, dove anche l’offerta di “un bicchiere d’acqua fresca” come recita la pagina del Vangelo è occasione per farsi prossimi del Cielo.