Pasqua la voce degli invisibili
La liturgia tace aprendosi all’attesa silenziosa. Priva di silenzio l’esistenza evapora in un fiume di parole prive di senso votate all’apparenza di un istante per mendicare riconoscimenti.
L’ascolto del sabato santo offre lo spazio di risonanza per ascoltare il grido profondo degli innocenti e gli oppressi della storia, quelli a cui il potere capitalista ha negato la voce ed il volto.
Quest’anno il triduo santo spezza il ritmo ordinario segnato dalla neutralità che vorrebbe garantire quieto vivere e comodità rimanendo a guardare gli accadimenti come su uno schermo, alla giusta distanza emotiva e sempre pronti a cambiare canale a seconda di quel che si ha voglia.
Immette nelle coscienze sedate come un senso di vertigine che manda a pezzi l’equilibrio di prima, un rumore quasi assordante se si rimane ancora fermi a negare.
Celebrare la Pasqua è possibile solo a condizione di perdere tutto fino a lasciarsi condurre dentro i meandri della storia e dei crocifissi che rimangono abbandonati dalla volontà delle folle che preferiscono l’utile piuttosto che schierarsi per la causa del bene.
Per entrare nel Mistero pasquale bisogna accettare di compromettersi, significa scegliere se continuare a negare le disuguaglianze, i crimini di guerra fino ai genocidi in corso; se giustificare le logiche di mercato che sfruttano popolazioni depredando i loro territori per il beneficio di Stati opulenti; se ammettere i continui tagli sul welfare sociale per favorire i fabbricanti di armi e i venditori di morte. E, ancora, scegliere se tollerare la marginalizzazione di etnie e profughi a cui vengono negati i basilari diritti umani rifiutando il soccorso in mare durante il naufragio o, per quanti sono riusciti a toccare la riva, imponendo il rimpatrio coatto in un paese “sicuro”.
La croce che ci porta alla Pasqua chiede se anche noi decidiamo di rimanere indifferenti o osiamo manifestare il nostro dissenso denunciando le ingiustizie e l’oppressione degli innocenti.
Solo la scorsa settimana il Parlamento europeo ha approvato il nuovo regolamento rimpatri secondo una metodica che non tiene conto del percorso che l’Europa aveva fatto nel campo dell’accoglienza dei profughi e della popolazione immigrata. Viene riscritto, così, il riconoscimento e l’uguaglianza dei diritti, perché si sancisce che non si è tutti uguali di fronte alla giustizia. Qualsiasi immigrato a cui potrebbe scadere il permesso di giorno anche dopo molti decenni di permanenza in Europa, potrà ritrovarsi in un CPR privato di libertà in attesa della deportazione in un luogo dove non avrà come vivere. Una prospettiva politica – quella che sta dietro la remigrazione – che esprime un preciso piano di deportazione di gruppi etnici, anche chi è di seconda generazione, al fine di preservare la propria identità culturale.
Entra nel mistero pasquale chi si mette in ascolto e si lascia abitare dalla Parola. La Parola che si è fatta carne, mischiandosi con la povertà umana fino ad assumere la fattezza del servo per accogliere l’umanità perduta, nessuno escluso.
Celebra la Pasqua chi accetta di morire per il bene altrui, chi non vive per preservarsi ma per consumarsi contribuendo alla crescita e al cambiamento sociale, chi si fa prossimo fino a mescolarsi diventando lievito di bene per questo mondo.
La Pasqua è storia di solidarietà, non il buonismo formale ma il farsi carico delle sofferenze altrui fino a portarle al Cielo con la propria supplica che si fa grido tanto penetra la carne il travaglio degli oppressi.
Vive la Pasqua chi si lascia condurre oltre il vuoto della tomba, quella che rivela l’assenza del corpo crocifisso. Quel mattino le donne avevano cercato un corpo sfregiato per il quale era passato tutto l’accanimento di cui è capace l’umano sentire. Il loro amore arrivava a quella comprensione capace di dolorosa rassegnazione di fronte ad una simile ingiustizia.
Eppure la tomba è vuota e il velo del tempio è squarciato, le due barriere di separazione sono infrante per annunciare una realtà nuova. Il velo che separava la terra dal Cielo e la pietra che estraniava la vita dalla morte ecco che trovano una congiunzione nel Figlio di Dio, il quale è crocifisso, muore e perciò risorge.
Interessante notare come il Vangelo non pone la resurrezione come qualcosa di antitetico al morire ma come conseguenza di quel modo di vivere.
La morte, allora, rivela per cosa si vive e chi vive per amore da figlio allora è già cittadino del Cielo. Dio è entrato in quella morte così infame e continuando ad amare l’ha trasformata in luogo di vita capace di generare un’umanità nuova.
Ora chi rimane accogliente viene abitato dalla Parola di Dio. Questo amore trasforma e rende capaci di riconciliazione e di trasformazione, la fragilità umana non è più limite quando si vive in comunione con il Cielo.
L’esperienza della Pasqua viene a depotenziare ogni sorta di delirio d’onnipotenza assunto qui in terra svelando l’illusorietà del potere di chi opprime.
Proprio la scorsa settimana il parlamento israeliano approvava una nuova legge sulla pena di morte nei confronti dei palestinesi accusati di omicidio. La norma appena approvata legittima i tribunali israeliani ad imporre la pena di morte nei confronti di coloro che hanno inteso negare l’esistenza dello Stato d’Israele, si pensi a quanti in Cisgiordania ogni giorno subiscono i soprusi e le umiliazioni dei coloni e che anche per legittima difesa hanno procurato la morte di un colono. Questa resistenza civile viene interpretata come intento di mettere fine all’esistenza dello Stato d’Israele, dunque siamo giunti alla istituzionalizzazione della pulizia etnica.
Ancora oggi celebrare la Pasqua significa entrare nell’esperienza di morte in cui la persecuzione fino alla soppressione ne sono testimonianza.
Per noi entrare nella Pasqua significa continuare a fidarci dello sguardo misericordioso del Padre e, dunque, rimanere fedeli alla logica dell’amore che resiste alle brutture di questo mondo senza lasciarsi intimorire, fino a spezzarsi per testimoniare il bene possibile.
La parola araba “sumud” esprime questa direzione di cammino che si ostina nel bene nonostante tutto così come l’ulivo rimane tenace nel mantenersi radicato alla terra portando nell’arbusto i segni del travaglio necessario.
Non si tratta di una resistenza passiva così come non lo è stato per Gesù. Piuttosto è una scelta di bene, un custodire la dignità-identità, mantenendo una postura che dice di come si esiste resistendo in questo mondo per continuare a vivere, attraversando la Pasqua, in Cielo.