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Educativa di strada, Palermo, Psicologia della Religione, Ricerca di Dio

Esuli in questo mondo

L’umanità è al bivio, abbiamo bisogno di decidere consapevolmente verso quale direzione andare. Ogni questione sociale o geopolitica può essere strumentalizzata se manca questa premessa.

È così che in questi giorni l’esodo di sessantamila persone dal Marocco a Ceuta, lembo estremo del confine europeo nel continente africano, si è trasformato in un tiro al bersaglio contro il governo spagnolo che avrebbe, a dire delle destre europee, favorito l’immigrazione clandestina.

Di fatto quanti si erano illusi di una possibile accoglienza per iniziare una nuova vita hanno trovato il respingimento militare e l’ostilità della gente che ha rifiutato il minimo di assistenza a quanti erano stremati per la traversata che ha visto morire almeno un centinaio di persone.

La narrazione assai diffusa di popoli che emigrano per vivere sulle spalle della società occidentale o ancora per colonizzare la cultura europea è il grande alibi che maschera il volto di chi siamo diventati o, meglio, abbiamo scelto di essere.

La postura esistenziale che abbiamo deciso di assumere è la premessa necessaria per riflettere sui fenomeni che attraversano il nostro tempo e le nostre società.

Altrimenti saremmo ostaggi ora delle mafie internazionali che fanno della tratta di esseri umani i loro proventi, così come dei diversi governi che favoriscono i fenomeni migratori per ricattare gli altri Paesi come accade per la Libia o per il Marocco in questi giorni.

L’ulteriore paradosso è che si rivendica un libero pensiero e la capacità di autodeterminarsi quando si è totalmente in balìa dei poteri forti che inducono i fenomeni e le reazioni conseguenti secondo la logica del “branco” in cui il senso di civiltà è sepolto dall’emotività del momento. È così che emergono sempre più giustizieri, solutori a prezzo della vita altrui, perbenisti che hanno come unico criterio di vita i propri agi.

La sfida dei nostri giorni sta su un altro piano ed è significativo che oggi, quasi in parallelo al controesodo che vede i rimpatri da Ceuta, assistiamo al pellegrinaggio di decine di migliaia di giovani che arrivano da ogni parte d’Europa ad Assisi per celebrare la “festa del Perdono”.

La ricorrenza nasce dalla preghiera di Francesco d’Assisi che rivolto al Signore, nel 1216, ha chiesto la piena  riconciliazione con il Cielo e dunque con la terra per quanti si sarebbero accostati in questo giorno al Sacramento del perdono varcando la soglia  di quella modesta chiesa in cui era nata la fraternità francescana.

Quello di oggi è prima di tutto un pellegrinaggio di pace rivolto a tutti, perché non può esserci pace senza perdono e proprio l’accoglienza è un tema che lega il Cielo con la terra, tanto che non esiste fede cristiana dove si coltiva la divisione e l’ostilità verso il prossimo.

La pagina del Vangelo (Mt 14, 13-21) di questa domenica lo ricorda. Gesù decide di appartarsi per stare solo in relazione con il Padre dopo la notizia della morte di Giovanni Battista. Eppure viene sorpreso da una folla che ha fame ed è mosso a compassione per cui decide di prendersi cura del loro bisogno.

È una pietra miliare per la vita spirituale perché mai la relazione con il Cielo può tradursi nell’esclusione dei fratelli e sorelle qui in terra. La fede cristiana non è intimismo spirituale, il criterio di relazione con Dio è rivelato da parametri molto concreti esplicitati da Gesù: ero forestiero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, ammalato e mi avete visitato…

Nella pagina evangelica Gesù va oltre e dice ai discepoli di dare loro stessi da mangiare e cioè non limitarsi a chiedere a Dio ma adoperarsi per la custodia di quanti stanno implorando aiuto.

Quegli uomini che ancora hanno una logica autoreferenziale iniziano a fare calcoli valutando che mai sarebbero bastati quei pochi pani e pesci per sfamare così tanta gente ed è lì che il Maestro li chiama a lasciare ogni criterio centrato sul bilanciamento dei conti o sui meriti.

La folla sarà sfamata quando quel poco che loro hanno viene condiviso con tutti e non si tratta di un gesto esteriore: “dare se stessi da mangiare” significa compromettere la propria vita, darsi per l’altro, sporcarsi le mani senza misurarsi in base al giudizio altrui e quindi al pensiero comune.

Il Vangelo trasgredisce le tendenze, rende impopolari, minaccia il perbenismo in quanto svela il volto autentico di ciascuno: perché tutti siamo mendicanti e pellegrini in questo mondo ma non tutti ne siamo consapevoli.