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Educativa di strada, Palermo

La scomodità di un Dio ingiusto

I nostri occhi vedono ciò che il cuore nutre: se interiormente custodiamo gratitudine per l’amore ricevuto allora il nostro sguardo sarà sensibile alla bellezza oltre le apparenze, riconoscerà la dignità umana oltre l’estetica e saremo capaci di riconciliarci malgrado le offese ricevute. Ciò che nutre il nostro cuore, dunque, ci muove verso l’altro e verso il mondo che ci circonda offrendoci un criterio-gusto per discernere gli accadimenti della storia e per riconoscere il volto altrui.

I giorni che stiamo vivendo pare che abbiano smarrito la capacità di visione e il gusto sapiente del vivere, l’unico sguardo possibile sembra quello dell’antagonismo competitivo che vede nell’altro un rivale da superare o addirittura eliminare. A monte c’è un cuore che nutre un’espansione onnipotente in cui la realtà circostante è vista in base all’appagamento che se ne può ricevere.

La grammatica della gratitudine e del dono gratuito, dunque, ha lasciato il passo a quella del calcolo secondo criteri di convenienza in cui tutto viene misurato in rapporto a se stessi. È così che scrivono biografie buie magari segnate da escalation sociali e accumuli di possedimenti davvero impressionanti ma colme di solitudine e prive di ogni traccia d’amore. Le guerre, ad esempio, sono un sintomo di questa postura esistenziale in cui intere masse sono convinte che quella possa essere l’unica via possibile. In quei casi, l’obiezione di coscienza così come la resistenza civile e il disertare la chiamata alle armi rimangono segno tangibile che il gusto dell’umano non si totalmente smarrito.

A ciascuno, allora, è dato di decidere da che parte stare e non in termini di schieramento polarizzante, non si tratta di scelte reattive ma di comprendere che siamo interconnessi e che il proprio benessere è legato a quello dell’altro anche se si trova a migliaia di chilometri di distanza.

La visione propria dell’amore porta questa risonanza interiore, interesse per l’umano e in particolare per quello più vulnerabile che oggi rischia di essere scartato da ogni sistema di riconoscimento rischiando di non avere i mezzi basilari per sopravvivere. È per questo che parliamo di transizione ecologica legata alla giustizia sociale proprio perché i cambiamenti climatici hanno delle conseguenze immediate sui prezzi dei prodotti alimentari così come sulla privatizzazione sanitaria e l’offerta di risorse e mezzi per rimanere inseriti nel tessuto urbano.

Quando il caro Leonardo Becchetti – economista capace di visione – afferma che la politica climatica deve diventare una grande politica sociale, intende affermare questa prospettiva circolare in cui a tutti è riconosciuto diritto di cittadinanza nel nostro pianeta e proprio l’inclusione delle fasce di popolazione più vulnerabile diventa il criterio di discernimento per comprendere se si sta andando nella direzione giusta.

Se la nostra Comunità di Danisinni sta promuovendo la nascita di una Foresta urbana è perché l’offerta di un’area naturale, luogo di aggregazione informale capace di restituire benessere e cura a tutti, è parte integrante di questa visione sociale in cui, ad esempio, il contrasto agli armamenti parte dalla educazione alla vita buona e al recupero del rapporto con il mondo che abitiamo. Se la transizione ecologica terrà conto degli ultimi allora sarà un vero processo di custodia e cura del nostro pianeta.

Questa domenica il Vangelo – Mt 20,1-16 – ci interpella su questa visione e postura di vita. Il racconto parabolico si incentra sul rapporto lavorativo tra padrone e salariati.

Quanti lavorano fin dalla prima ora non accettano che il padrone possa assumere un criterio relazionale con gli operai dell’ultima ora. E cioè lui non misura il valore del lavoratore in rapporto alla produttività ma per il fatto di esserci.

I primi che vanno a lavorare nella vigna si credono “giusti” e cioè aventi il diritto di giudicare l’altro in base al profitto economico: vale di più chi più lavora. Ritengono di subire un’ingiustizia perché gli ultimi hanno la stessa paga che spetta a loro. È la logica del calcolo che ci fa giustizieri verso l’altro e che continua a tessere continue trame di esclusione nelle nostre società come ad esempio quando si afferma “prima gli italiani” per legittimare criteri di esclusione che condannano alla morte chi nel nostro Paese ha trovato riparo e magari anche lavoro.

Siamo di fronte ad una religiosità che si oppone allo sguardo paterno di Dio, un cristianesimo che vorrebbe rinnegare il Padre misericordioso.

La scena si svolge in riferimento al lavoro nella vigna che nel linguaggio biblico è simbolo di Israele chiamato a portare frutto e l’uva pigiata che diventa vino rappresenta l’amore perché si lascia trasformare, rinunciando a preservare l’identità originaria, per donarsi e procurare gusto-dolcezza all’altro.

Dunque il valore è dato dall’amore che trasforma la nostra esistenza e non dal lavoro in sé. I primi operai hanno l’occasione di beneficiare fin da subito di questa esperienza relazionale eppure loro non la gustano e, piuttosto, cercano un gusto nel valore economico dandosi un prezzo.

Fino a quando l’umano continuerà a darsi valore in proporzione ai beni accumulati si priverà del gusto della vita e cercherà affannosamente appagamenti sempre più disumanizzanti.

Eppure il padrone rimane alla ricerca di chi ha smarrito il gusto ed è in attesa, per lui è importante che tutti possano contribuire alla vendemmia e in questa partecipazione c’è un profondo desiderio di comunione perché la vigna è sua ma la gioia viene condivisa con tutti. Gli operai sono chiamati ad entrare nella logica dell’amore che gioisce per il bene altrui.

Il fatto che pattuisca con tutti un denaro di paga indica la retribuzione necessaria al sostentamento per un giorno, è una misura importante perché è presagio della relazione quotidiana che si fa esperienza di eternità. Il Cielo non è semplicemente la meta da raggiungere ma è il sapore che regge la vita ordinaria e che permette di andare avanti oltre le fatiche della vita.

Uscendo dal linguaggio parabolico il vero dono è il rapporto con il Padre che si compromette consegnandosi nel Figlio all’umanità tutta. L’esperienza cristiana, dunque, viene svilita dal rapporto competitivo di chi non accetta lo sguardo e l’agire misericordioso del Padre.

Questi “giusti” in realtà non hanno fatto esperienza della figliolanza, non si credono figli amati e pertanto continuano a rivendicare primi posti e a dare un prezzo e un giudizio all’agire di Dio. Per loro un Padre ingiusto è troppo scomodo perché a tutti,  e non solo a chi lo merita, è offerta l’opportunità della vita del Cielo.