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Resistere oltre le apparenze

Quale criterio per valutare la civiltà di un popolo? Abbiamo degli indici per evidenziare la maturità di una società? L’evoluzione della specie umana è apprezzabile in base a quali parametri?

Sono tutti interrogativi che ci questionano perché pare che oggi abbiamo smarrito ogni tipo di riferimento valoriale, culturale o socio-religioso.

Sono venute meno le grandi fedi rivolte al divino e si sono diffuse ideologie totalizzanti che propinano un fideismo che non ammette alcuno spirito critico ma solo obbedienza ad un sistema che, forse, procura compiacimento, potere e senso di affermazione di sé. È la logica di potere che si fa avanti a qualsiasi costo e il dibattito geopolitico ne rivela i contorni sempre più disumanizzanti.

Da dove ripartire dunque? Il Vangelo ci offre un criterio essenziale costituito dall’evidenzia storica priva di interpretazioni fuorvianti.

Un primo tratto è dato dal pellegrinare in questo mondo. Non il girovagare privo di meta ma il cammino quale condizione esistenziale che ci porta oltre come ad indicare che l’umano custodisce un cuore inquieto, mai appagabile attraverso le gratificazioni stanziali.

Significa che il tempo è prioritario rispetto allo spazio e che la ricerca è la condizione che da valore a ciò che si è già conosciuto. Simile postura non permette all’esperienza di diventare conquista ma la offre come condivisione per andare oltre, patrimonio comune per continuare a sperimentarsi insieme.

La crescita, secondo questa visione, viene intesa come libertà del dono e cioè capacità di approfondire il senso della vita attraverso il dono di sé come a divenire, sempre più, partecipi di una economia di comunione.

Questa riflessione è di difficile comprensione quando un sistema sociale si organizza attraverso violazioni di riconoscimento e cioè negando l’esistenza di alcuni a beneficio di altri. In quel caso prevale il criterio stanziale del possesso e del tempo subordinato alla bramosia di conquista.

Ad esempio quando si legittima la mobilità per ragioni di utilità economiche e non per garantire la sopravvivenza allora si arriva a legittimare anche la morte altrui o il respingimento in centri di tortura. È quello che accade da decenni quando nel Mediterraneo si boicotta il soccorso ai naufraghi che lanciano la richiesta di aiuto o quando li si consegna alla polizia libica per internarli nelle disumane prigioni.

Siamo pellegrini in questo mondo eppure la mobilità non è un diritto riconosciuto a tutti perché è venuto meno un altro criterio fondante della civiltà umana: l’ospitalità.

Il cortocircuito a riguardo è planetario. Il sistema utilitaristico proprio della società dei consumi ha fatto dell’altro un competitor trasformandolo in una minaccia al proprio benessere. Nel regime di concorrenza l’ospitalità non ha più cittadinanza e, piuttosto, si studia come ergere muri dinanzi a chi cerca di oltrepassare il confine e di marginalizzare sempre più chi, già dentro, bussa alla porta ed è considerato uno scarto da eliminare per non essere d’intralcio alla propria opulenza.

Ma all’umano è dato di abitare la soglia, attendarsi per rimanere in ascolto e così riprendere il cammino ad ogni nuova alba. La condizione stanziale non ci appartiene e la comfort zone è solo un’illusione di breve durata, poi segue la noia e l’anestesia del cuore.

Questo non significa – giusto per non cadere in fraintesi – trasformare l’esistenza in una continua itineranza, l’abitare questo mondo ha bisogno di un tetto per ritrovarsi ma c’è differenza tra la tana, evangelicamente intesa, quale luogo d’isolamento individualista e la casa che permette di coltivare l’amicizia e la convivialità dell’accoglienza.

L’itineranza, dunque, è prima di tutto una questione interiore che permette di approfondire l’essenziale e così fare spazio all’altro e alla provocazione propria della vita.

L’accoglienza abbisogna di gratuità e questa è sempre frutto della gratitudine, il cuore ingrato è inospitale perché rivendica sempre per sé senza riconoscere il volto dell’altro.

Il Vangelo di questa domenica (Lc 21,5-19) rimanda ad un tempo in cui verrà meno quel che si ammira. I discepoli di Gesù stavano a discutere della preziosità delle pietre del tempio e proprio lì il Maestro aveva osservato una povera vedova che nel nascondimento aveva donato tutto quel che aveva.

Gesù annuncia loro che tutto passerà e anche quel luogo che pare mostrare l’incontro con Dio, è un’affermazione destabilizzante per chi crede di potere calcolare i meriti della propria esistenza in base alle opere realizzate.

Il Maestro rimanda ad un’altra meta frutto della fiduciosa relazione con il Padre. La vita, dunque, non si misura a seconda della linearità dei successi ma della perseveranza che si mantiene attraversando le tribolazioni.

È un linguaggio oscuro per chi pensa che la vicinanza del Cielo è data dall’avere tutto piano nel cammino di questa vita e quindi senza alcun problema. Molti seguendo questa logica dicono di avere perso la fede che, di fatto, è solo apparente.

Il legame con il Cielo, piuttosto, si approfondisce con la prova così come il fuoco fa emergere la preziosità del metallo. La meta è data dalla salvezza e questa è frutto dell’esperienza dell’amore perché il volto del Padre mostra la sua misericordia e finanche la croce di Cristo è la massima espressione dell’amore e perdono che non ha fine anche di fronte la morte.

Viene annunciato, dunque, un nuovo criterio di resistenza dato dal “rimanere” nel Suo amore, è questa esperienza che trasforma il cammino del cristiano che vive il quotidiano già da cittadino del Cielo.