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Fede umile

“U” come Umiltà, come uscita da ogni chiusura per scoprirsi dono gratuito per la gioia di un altro, l’umile si affida e non tiene conto del male ricevuto.

Il termine “Umiltà” rimanda all’humus, cioè alla terra, e dunque sta alla base di ogni cammino che abbisogna di poggiare su un basamento per reggersi e, quindi, spingersi oltre. 

Senza umiltà è impossibile muoversi verso la meta e mentre il superbo organizza la sua vita per trincerarsi in crescenti misure difensive dettate dalle logiche di conquista e di possesso, l’umile sa di non bastare a se stesso e che, piuttosto, è indispensabile aprirsi alla ricerca per crescere e per condividere il dono della vita. 

Il vero umile, di fatto, è Dio. È  Lui a muoversi verso la creatura ed è il solo che si china a differenza dell’essere umano che è già per terra. Il Cielo, allora, resiste ai superbi perché, gonfiandosi di sé, si ergono al di sopra di tutto cadendo in una illusoria grandezza.

“Tu sei Umiltà” diceva Francesco d’Assisi riferendosi al Creatore, non una qualità come ad indicare che Lui sia umile ma parte della sua stessa identità. 

Dio è in basso e continua a cercare chi sperimenta la propria fragilità e, riconoscendola, alza lo sguardo al Signore. L’umiliazione non diventa, dunque, motivo di chiusura orgogliosa o vittimistica ma apertura fiduciosa al Cielo. 

Quando nella vita spirituale si parla di umiliazione, quale tempo propizio per l’incontro, non si intende certo favorire l’autosvalutazione o la disistima ma, piuttosto, evidenziare l’occasione per lasciare emergere quello che rimane dopo il crollo dell’ideale di sé. Il contatto con la realtà, infatti, ci rende umani e solo in questo modo è possibile accogliere la presenza del Signore che viene ad abitare nella creatura.   

L’umile resiste alla tentazione di fare da sé, resiste alla diffidenza in quanto sa che gli è necessario rimanere legato alla fonte per trarre nutrimento e, quindi, sperimentare la gioia del dono. L’immagine evangelica del tralcio che resta legato alla vite è di particolare eloquenza per esplicitare il senso dell’umiltà che apre alla relazione che cura. 

Il prezioso frutto che viene dalla vite, infatti, ci è consegnato per mezzo dei tralci ma, essi, nulla potrebbero senza il particolare trattamento della pianta da cui dipende, pure, la qualità del vino che si ricava dalla fermentazione mossa dai lieviti presenti sulla buccia dell’acino i quali trasformano lo zucchero della polpa in alcol etilico. 

Arrivare alla vendemmia, dunque, è il frutto di un costante e paziente lavoro che segue il ciclo naturale della pianta: la potatura durante l’inverno quando, prima, vengono tagliati i tralci lasciando un appropriato numero di gemme; la protezione da funghi e da insetti durante la fioritura in primavera attraverso dei trattamenti particolari; e a luglio la cimatura e la defogliatura che comprende una seconda potatura volta a permettere alla pianta di fare crescere lateralmente le gemme in modo da procurare, ad ogni grappolo, una congrua circolazione dell’aria ed esposizione al sole, evitando così l’umidità. 

Tale potatura verde è davvero un’arte perché deve, comunque, mantenere in cima la protezione da eventuali grandinate e, al contempo, favorire l’ingresso dei raggi di sole ma senza eccedere, altrimenti ci cuocerebbero i grappoli prima della maturazione. L’ultima azione di cura è il diradamento attraverso il quale si eliminano i grappoli in eccesso per ottenere un’uva o un vino di qualità.

Quanta umiltà è necessaria per favorire così tanti modellamenti. Forse anche per quest’arte frutto della sapienza umana l’uva, nelle diverse culture, da sempre ha assunto il significato di benessere, di fecondità ed abbondanza, presagio di benedizione, tutti aspetti che esprimono la saggezza del cuore.

Gli esploratori inviati da Mosè per verificare la bontà della terra promessa al loro ritorno portarono un tralcio con un grappolo d’uva, insieme a melagrane e fichi, e questo fu il segno della fertilità di quella terra e, dunque, del dono del Signore. Per arrivare alla terra promessa, prima, il popolo dovette imparare la via dell’umiltà che porta alla fiducia e all’ascolto per rabbonire la dura cervice. 

L’uva, ancora, rimanda alla bontà della mensa che è luogo di condivisione di quel che nutre ed è perciò che a tavola si racconta il quotidiano, chi siamo, il desiderio di conoscerci e di consegnarci a vicenda.

Comprendiamo come il bere o il mangiare sono veicoli di un nutrimento ben più importante dato dalla relazione e dal prendersi cura vicendevolmente, e ciò è possibile all’insegna dell’umiltà. La mensa, dunque, esprime la fiducia perché accoglie l’altro, lì si entra in comunione e ciascuno rende partecipe di quel che gli è proprio.

Certo da quando la tv e i dispositivi hanno preso parola e hanno catturato lo sguardo mentre si sta a tavola, la mensa si è trasformata in un luogo di solitudine ed isolamento, perdendo la sua vocazione natia volta a condividere la fatica e la gioia del quotidiano con i dovuti brindisi per i momenti da celebrare.

Gesù veniva tacciato di essere un mangione e un beone per il fatto che sedeva alla mensa di tutti senza distinzione alcuna, per Lui la tavola era il luogo della comunione per eccellenza e non della discriminazione o del giudizio verso altri. La Sua parola a tavola apriva al perdono e alla commozione, alla guarigione interiore oltre che allo sguardo illuminato. 

Ai suoi discepoli un giorno ebbe a dire di offrire loro stessi da mangiare e non si riferiva certo ad un atto formale ma al consumarsi della loro stessa vita per nutrire le folle affamate. Era il preannuncio di quello che Lui stesso avrebbe condiviso con i suoi in quell’ultima cena in cui il pane ed il vino stavano ad indicare l’umile offerta del suo stesso corpo per amore loro e dell’umanità intera. 

La stessa cena in cui il Maestro si farà umilmente servo di tutti lavando i piedi ai discepoli così come avrebbe fatto uno schiavo. Il Creatore di ogni cosa si fa il più piccolo piegandosi innanzi all’uomo peccatore e, poco dopo, passerà per il torchio della passione fino alla consegna in croce dove verserà il suo sangue per sanare le ferite dell’umanità che aveva smarrito il volto di Dio.

Attraverso quel dono d’amore Lui restituirà gusto al cammino di ciascuno. Da quella cena ogni figlio di Dio potrà imparare a lasciarsi amare gratuitamente malgrado la propria fragilità ed imperfezione. L’uva, così, potrà esprimere nuovamente la gioia della festa in cui ad ognuno è dato di essere accolto per quello che è e non  per il contraccambio che può dare.

Non si tratta più di competere ricercando i primi posti e neppure di calcolare la convenienza del dove andare per stare bene, ma di accogliere l’invito del Maestro di tavola a portarsi avanti per prendere il posto riservato dal Suo amore. 

La vite ed i tralci, allora, sono indicati come simbolo del rapporto tra Dio e l’essere umano. A ciascuno è dato di portare frutto solo restando uniti alla vite. Anche se il tralcio è costituito da un legno di scarso valore ha la peculiarità di essere l’unico capace di veicolare quella linfa che nutrirà l’uva così preziosa. Essere strumenti è quel che basta, cessando dunque autocelebrazioni ma scoprendo la gioia dell’essere dono per l’altro, motivo di gioia per chi tornerà a brindare e condividere l’entusiasmo del vivere.  

“U” come Umiltà, come Uva che rende lieta la mensa, come uscita da ogni chiusura per scoprirsi dono gratuito per la gioia di un altro.