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Incontri culturali, Palermo, Ricerca di Dio

L’intelligenza del cuore

Stiamo vivendo giorni in cui al centro è posto l’intelletto capace di tecnoscienza e di produrre una intelligenza artificiale che moltiplichi le facoltà umane. Si misura la bravura degli alunni e la valutazione nei concorsi avendo come riferimento il quoziente d’intelligenza e la quantità di dati replicabili con performance d’eccellenza.

Tutto questo sta disumanizzando il pianeta, vediamo crescere l’individualismo che produce guerre tra i paesi, inimicizia tra vicini e storie personali di profonda solitudine.

Abbiamo bisogno di tornare alla dimensione del cuore e, casomai, a cercare il “quoziente” del cuore, cioè curare la qualità delle relazioni che si basa sul dono gratuito quale espressione dell’amore.

L’intelligenza senza cuore è fredda e capace di qualsiasi abominio. Quando la coscienza lascia decidere agli algoritmi le scelte e i gusti personali, ecco che l’individuo perde la sua capacità di stare nel mondo secondo un orizzonte di senso e si spegne nella passiva assuefazione dell’essere da cui derivano le dipendenze e la noia dei giorni.

Il perdono così come la gratuità sfuggono al calcolo razionale, anzi costituiscono un errore da correggere qualora si verificassero. Il respiro umanizzante è fuori dagli schemi e abbisogna di sottrarsi alle aspettative misurabili altrimenti non potrebbe esserci profezia, passione per le cause di bene, ad esempio più nessuno difenderebbe la giustizia sapendo di potere pagare con il costo della vita come accadde a Falcone e Borsellino e a tanti, tanti altri.

Il cuore ha criteri differenti  e nella Scrittura assume una portata centrale nel definire una persona: è sede dei sentimenti ma anche delle decisioni per cui è organo che sente e vuole, esercita un’intelligenza che orienta. Vibra verso qualcosa e, al contempo, contiene cioè procura l’equilibrio per camminare verso la meta. È sede della sapienza che permette di discernere, mentre l’intelligenza artificiale è apatica quella del cuore è mossa dalla passione per cui può andare oltre la convenienza per amore dell’altro, può perdonare e farsi dono totale.

Questa premessa ci permette di comprendere il senso profondo della festa del Sacro Cuore di Gesù che celebriamo oggi. Facciamo memoria della Passione d’amore che, alla fine, ha versato sangue e acqua dal costato trafitto sulla croce. Un cuore aperto al dono da cui germoglia la Chiesa, sangue ed acqua sono letti quale segno dei sacramenti in particolare il battesimo e l’Eucarestia da cui nasce ed attinge la Comunità dei credenti.

Per molti, anche cristiani, questa festa parrebbe una mera devozione ma in realtà esprime la profondità della fede cristiana. Prima i Padri della chiesa, poi in s. Bernardo da Chiaravalle nell’XI secolo e successivamente in s. Margherita troviamo una particolare meditazione sul senso di questa pratica religiosa.

L’abate francese afferma che la devozione al Cuore di Gesù è legata al primo comandamento del Deuteronomio ripreso da Gesù: “Amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta la tua anima e con tutte le tue forze”. Questo coinvolgimento totalizzante procura la dolcezza interiore che permette di mantenere la fedeltà all’amore.

Ezechiele aveva profetizzato che Dio ci avrebbe dato un cuore di carne sostituendolo a quello di pietra e questo accade attraverso un’esperienza e non tanto per una sorta di “intervento chirurgico”. L’esperienza di Dio che manifesta la sua onnipotenza attraverso la volontaria impotenza rivela fino a che punto può arrivare la misericordia del Padre e del Figlio.

Giuda è conosciuto con uno sguardo d’amore malgrado il suo tradimento. Rimane nel cuore di Dio l’ “amico” che lo ha tradito. Non un estraneo ma un fratello bisognoso dell’incontro con il Padre. È quello che ascolterà Giovanni, il discepolo prediletto, quando si chinerà sul petto del Maestro durante l’ultima cena. L’amore trafitto apre una feritoia perché non può rinunciare ad amare. A ciascuno è dato di essere l’oggetto di questa attenzione da parte del Padre ma è importante svelare ogni sorta di dubbio sul volto del Padre.

Pietro quando scopre la propria fragilità finalmente si apre all’ascolto autentico di Gesù, senza più remore perché ha colto la grammatica dell’amore di Dio che non ha confini e rimane aperto alla relazione.

Partendo dalla fiducia, dunque, il Cielo tesse nuove trame relazionali, la persona si apre e trova il Tu che aveva cercato per tutta la vita.

Oggi le Comunità della Zisa e Danisinni sono scese per strada per testimoniare quale amore è al centro del cammino, quello con Cristo è l’unico rispecchiamento capace di restituire tratto di umanità al nostro mondo.