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Educativa di strada, Palermo, Psicologia e vita, Ricerca di Dio

Il coraggio della fede

Scoprire la fragilità come condizione per mantenersi umani equivale a dare una svolta alla propria esistenza. Molti, infatti, organizzano la vita come una prova di forza e questo li cristallizza in una postura statica senza possibilità di movimento per il timore di destabilizzarsi, fino ad arrivare a forme patogene come nel caso del controllo ossessivo di sé e dell’altro o della ricerca narcisistica di centralità.

La debolezza, piuttosto, rivela la capacità di rimanere in cammino, capaci di desiderio e di dono. Il debole non basta a se stesso e ha cura delle relazioni, sostituisce la brama di avere con la ricerca di condivisione perché conosce il gusto del rendere felice l’altro.

La fragilità, dunque, è condizione esistenziale per rimanere umani e in cammino, capaci di cambiamento nel mentre che la vita scorre e, quindi, capaci d’interazione con la diversità perché l’altro viene riconosciuto quale dono da trattare con cura e non come possesso da rendere somigliante.

La celebrazione del Corpus Domini in questa domenica ci porta a rintracciare nell’Evento eucaristico le coordinate di questo orizzonte di vita. Non la postura estetica di chi sta di fronte all’Eucarestia rimanendo a contemplare il mistero che, in quel caso, rimane estraneo a sé, ma l’intima relazione di chi accoglie ciò che contempla lasciandosi trasformare dalla Sua presenza.

Il popolo cristiano celebra l’Eucarestia perché entra nella relazione filiale con il Padre, un cammino che è intimamente unito a Cristo e non in senso intimistico ma come dono totale di sé rispondendo al mandato del Maestro: “Date voi stessi da mangiare”.

Senza questa intima comunione che apre al consumarsi per amore non potrebbe esserci vita cristiana ma solo una religiosità formale dove Dio rimarrebbe distante dall’umano che con sacrifici e offerte cercherebbe di accattivare l’attenzione e la clemenza del Cielo. Ora non è più necessario il sacrificio antico, il sangue volto a saldare il patto di alleanza con Dio e a sancirlo con la minaccia di morte.

L’intimità spirituale è ben altra cosa. Significa lasciarsi abitare dallo Spirito Santo che permette di accogliere in pienezza il dono del Figlio e, così, volgersi al Padre riconoscendosi suoi figli.

L’ultima cena che oggi viene ricordata, comincia con l’alzarsi di Gesù che porta a compimento l’esodo iniziato con l’incarnazione. Si muove per mischiarsi definitivamente con l’umanità ferita e in questo caso non solo si immerge con i peccatori come aveva fatto nelle acque del Giordano, ma si consegna quale Pane per guarire e nutrire.

Lui si alza perché la Pasqua si celebra in piedi stando in cammino, non in senso frenetico ma di movimento verso la meta, non per autocompiacimento ma per consegna di tutto al Padre.

Il sacramento eucaristico rivela che la nostra esistenza non è stanziale come se lo stare nel tempio fosse garanzia di potere o di giustificazione, se così fosse si trasformerebbe in sforzo umano per dimostrarsi perfetti e puri di fronte agli altri. Dio, piuttosto, si è attendato in mezzo a noi per rivelare la dinamica della relazione spirituale che abbisogna di continuo ascolto e di accoglienza per lasciarsi condurre nella missione quotidiana. È da questo atteggiamento che scaturisce il consumarsi per amore facendosi pane spezzato per l’altro.

La liturgia eucaristica è tale se continua fuori della chiesa dove si è celebrata, perché per le strade del mondo il Corpo di Cristo – ogni cristiano – cammina facendosi dono per ciascuno.

Questo è il senso del murales “Il Pane della condivisione” dell’artista argentino Guido Palmadessa, che si trova sul fronte esterno dell’abside della chiesa Sant’Agnese che si rivolge verso la Fattoria di Danisinni. La coppia che consuma alla sera il pasto della comunione spezzando il pane e condividendo i pesci frutto della fatica quotidiana e del dono del Cielo come rivelano i loro volti. Una mensa che si apre agli astanti che visitano la Fattoria e, implicitamente, sono invitati a celebrare il dono della condivisione.  

Sulla mensa eucaristica i cristiani portano i carichi dell’umanità tutta affinché nella missione quotidiana si crei un ponte tra Cielo e terra: quanto viene consegnato, poi viene restituito quale Pane eucaristico capace di sfamare gli affaticati e gli oppressi.

Non è una questione di potere ma di piccolezza per lasciare agire la misericordia di Dio che desidera continuare a farsi prossimo ai più piccoli attraverso la Sua chiesa.

Da quell’ultima cena inizia la scomparsa del Maestro per fare emergere l’umanità nuova, capace di stare pienamente in relazione con il Cielo.

L’esodo di Dio che si muove verso ciascuno, dunque, trova compimento in questa cena dove il Maestro si alzò, prese il pane, lo benedisse, rese grazie e lo spezzò dandolo ai discepoli dicendo loro: “Prendete e mangiatene tutti, fate questo in memoria di me”.

Il dono, dunque, presuppone una scelta. Gesù prende il pane nell’oscurità della notte quando già annuncia il tradimento che, di fatto, sarà di tutti i discepoli e non solo di Giuda.

Dio che aveva già preso la carne umana unendola a sé, ora deve attraversare il buio dell’umana fragilità che ha smarrito il senso delle cose utilizzando i doni del Padre secondo una logica di appropriazione e, quindi, perdendo la relazione con l’Autore di ogni dono.

Anche Giuda, emblema dell’umanità che si crede autosufficiente illudendosi di dare un prezzo a Dio, viene trattato da amico, infatti, per il Maestro la relazione non è mai perduta. Vendere Gesù al prezzo di uno schiavo esprime la decadenza umana quando si rapporta con l’altro trattandolo in termini di possesso, ma Lui non si sottrae e si consegna per rivelare che la relazione che lo lega a ciascuno si fonda totalmente sul Suo amore gratuito.

Subito dopo Gesù benedice e rende grazie al Padre entrando in intima comunione con quell’offerta. La benedizione da quel momento compromette in modo inedito chi benedice perché Lui stesso si fa dono e questo è possibile solo attraverso la profonda fiducia e gratitudine rivolta al Padre.

Quel pane sarà spezzato e condiviso per nutrire e dare pienezza a chi lo accoglie. Il desiderio di Dio,  di rendere partecipe l’umanità tutta alla Sua stessa esistenza, ora è compiuto. Il nostro quotidiano rivelerà l’attesa del Cielo se avremo il coraggio della fede.