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La vittoria solidale scrive la storia

“V” di Vittoria. La storia narrata viene scritta dai vincitori puntualmente proposti a modelli quali eroi e mai carnefici. La sensibilità umana fa fatica ad uscire dal parametro di lettura che vede contrapporsi vittoriosi e perdenti, superiori ed inferiori, forti e deboli.

Eppure, per una società più giusta, abbiamo bisogno di acquisire il criterio della vittoria solidale la quale tiene conto dei bisogni delle fasce di popolazione più fragili. L’individualismo del vincente, piuttosto, erge barriere architettoniche invalicabili, mezzi in sosta sui passaggi per disabili, marciapiedi occupati dalle proprie attività economiche non curanti dei viandanti che abbisognano di protezione per transitare.

Essere vincitori a discapito di qualcuno è un atto di viltà, come quando il più bravo della classe si rifiuta di aiutare un compagno che chiede spiegazioni per, così, declassarlo e avere il voto più alto. Siamo cresciuti in un clima competitivo che ha strappato armonia nei contesti di gioco, scolastici o lavorativi, e ha fatto dei ruoli una funzione di potere e di prevaricazione al fine di boicottare la crescita altrui.

Quanto baronaggio nelle università o nei posti della politica dove il sapere non è stato trasmesso in modo disinteressato, magari coltivando il potenziale degli alunni o degli assistenti, ma guardando l’abilità altrui con timore e con fredda indifferenza.

Il criterio del vincente è stato assimilato a quello di efficacia e di successo, da cui il criterio meritocratico della politica e della scuola, impoverendo il tessuto relazionale e la capacità di cooperazione trasformando i luoghi abitati in spazi anonimi dove a ciascuno è stato assegnato un numero anziché il proprio nome.

Si tratta della logica del recinto perché la vittoria viene intesa come difesa di ciò che si è conquistato. È l’escalation di potere che porta a trasformare i confini in muri sempre più alti, incapaci di interscambio oltre le ragioni economiche e di potere.

Il motto che regge questo sistema è il “mors tua vita mea” dove il valore dell’esistenza è dato dalla convenienza di turno. Qui il vincitore perde il senso della prossimità e ogni rapporto di buon vicinato, l’altro è escluso o altrimenti ricevuto al pari dello schiavo.

È vincitore uno stato che legittima il caporalato o che chiude i confini lasciando morire nel mare migliaia di persone perché bisogna pensare a se stessi. Ancora, è vincitore un governo che non tiene conto delle fasce di popolazione più fragili e continua a tassare senza misura chi avrebbe bisogno di un supporto per potersi esprimere. È vincitore chi non si prende cura del futuro delle nuove generazioni e, dimentico, pensa solo al benessere immediato.

Il Vangelo è l’annuncio della vittoria sul male di questo mondo ma è decisamente un cambio di prospettiva a permettere di riconoscere quest’opera.

Chi rimane nelle tenebre non vede perché non accoglie il dono del Padre e continua a pretendere di doversi realizzare da solo. Vincitore, secondo questa logica priva di luce è chi vive il rapporto con il Cielo in termini di conquista per meritare la ricompensa attraverso l’impegno ed il sacrificio. È l’uomo che non fa esperienza dell’amore e, pertanto, non si permette il desiderio della fede.

La fiducia nel Padre abbisogna di un occhio semplice e non giudicante, l’occhio che si affida e rimane capace di accogliere il Suo dono gratuito. Gli apostoli a principio si muoveranno secondo la logica del più forte: Giacomo e Giovanni trameranno di fare scendere un fulmine su quanti non li hanno accolti e giudicheranno chi opera il bene ma non è unito a loro; Pietro sarà disposto ad uscire la spada per difendere ed affermare le ragioni del Maestro e, tra loro, gli apostoli si contenderanno i primi posti. Dovranno fare l’esperienza della sconfitta umiliante per riconoscere che la vittoria di Cristo è pienamente espressa dalla morte in croce e dal sostenere ogni avversità mantenendosi nella risposta d’amore al Padre.

È vittorioso chi non fugge dalla sua storia ma l’affronta poggiando il suo cammino nella fiducia in Dio, chi nella fatica non dispera perché sa offrire e attendere, chi ha l’umiltà di riconoscere che la  risposta ultima viene da Dio e non dall’uomo.

La Comunità non vive la minaccia da quanti la perseguitano infatti il martirio ha sempre reso più feconda la Chiesa, ma la battaglia è su un altro piano e il cristiano abbisogna di custodire la fede per non lasciarsi trascinare dalle seduzioni che vorrebbero nutrirlo d’altro o dalle rivendicazioni che vorrebbero portarlo a tramare vendetta.

Il più grande tra loro sarà servo di tutti, il più forte avrà l’umiltà di riconoscere la propria debolezza, chi perderà la propria vita la troverà in eterno e colui che segue il Maestro non conoscerà inimicizia.

“V” di vittoria, di verità nella comunione che può essere difesa aldilà della risposta altrui. “V” di “vita mea vita tua”.

È Maria la testimone di questa vittoria, lei fin dall’inizio ha guardato oltre. Per quanto l’impero romano imponesse il suo massimo potere lei riconosceva la storia dei piccoli di cui faceva parte, coglieva come il Signore manifesta la sua onnipotenza consegnando la Sua parola agli umili e cioè a quanti non hanno altro rifugio se non in Dio: “L’anima mia magnifica il Signore… Ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili”.