Oltre il rumore l’ascolto
Partire dalla necessaria premessa che si condanna Hamas così come ogni azione di protesta violenta, fatto che dovrebbe essere scontato per ogni essere umano, già dice di come il dialogo e il pensiero critico nel mondo adulto è parecchio fragile perché l’ascolto è denso di pregiudizio tanto siamo inficiati da slealtà ed interessi di parte che non custodiscono il vero bene.
Abbiamo smarrito la capacità di ascolto vicendevole, probabilmente perché abbiamo rinunciato a lasciarci emozionare dal quotidiano.
Quando la postura competitiva e dunque difensiva diventa il modo di stare in questo mondo allora si inibisce il sentire profondo che risuona alla presenza dell’altro. In quel caso si attraversano i luoghi e gli incontri con fare distratto, muniti di un ascolto passivo che mantiene l’altro ben distante dal proprio vissuto interiore, è così che creiamo continue distanze e abissali solitudini.
Chi paga il prezzo più alto di questa passivizzazione interiore sono le nuove generazioni che denunciano la mancanza di ascolto dichiarandosi invisibili per chi gestisce gli investimenti volti a servizi pubblici e le priorità economico-sociali della nostra società.
Lo scontro che in questi giorni sta animando le strade e le piazze delle principali città d’Europa non può essere liquidato con espressioni stereotipate che puntualmente denigrano la dignità dei giovani come se fossero solo delle pedine o dei nullafacenti in cerca di pretesti per giocare alla guerriglia urbana.
Da settimane si è alzato il grido di una generazione che vuole abitare la storia e che desidera partecipare alla creazione di un futuro in cui non si investe su armi di distruzione ma sulla scuola ridotta ai minimi termini, sul diritto allo studio tutelando gli studenti fuori sede, sulle politiche sociali ed occupazionali.
Certo che si tratta di una ribellione – da non confondersi con gli atti vandalici commessi da alcuni – ad un sistema politico e gestionale che è corrotto e comunque offre opportunità di crescita solo a chi vanta ingenti economie e ruoli di potere all’interno della società.
I giovani si sono stancati di essere valutati in base alle performance di turno, perché questo riconoscimento condizionato li priva del diritto ad esserci e soprattutto mette in questione la percezione amorevole di sé: se all’amore si dà un prezzo allora l’amore è privo di valore.
Forse alla base c’è la disillusione e la paura dovute all’incertezza del domani e alle diseguaglianze che rivelano la precarietà dello Stato di diritto. Se noi adulti non siamo stati credibili allora è come se alle nuove generazioni mancasse il terreno sotto i piedi perché le promesse di welfare condiviso si stanno rivelando infondate.
Poi ci sono anche coloro che sono stati attori di gravi atti vandalici che hanno ferito persone e devastato le attività di esercenti, una guerriglia che ha sfregiato aree di numerose città. Un fare distruttivo che ha rivelato un vuoto interiore che sembrerebbe cercare visibilità nell’apparenza fino al crimine.
Questa aggravante ancora di più mostra la complessità del fenomeno in atto e di quanto sia necessario l’ascolto per leggere in profondità gli accadimenti.
Posizionarsi su un fare reattivo che potrebbe limitarsi ad esibire la potenza del più forte attraverso la repressione ed il controllo sociale dettato da ulteriori coercizioni, complicherebbe la questione portando ad ulteriori imprevedibili derive.
C’è una ferita sociale legata al bisogno di identità e appartenenza che non si può continuare ad ignorare, la frattura generazionale merita una nuova sintonizzazione abbandonando polarizzazioni antagoniste.
Credo che indistintamente le diverse generazioni siano accomunate dalla stessa fatica ad amare se stessi e, di conseguenza, a riconoscersi degni d’amore.
Non si tratta dell’amore malato proprio di chi si crede al centro dell’universo anteponendo i propri bisogni a qualsiasi interazione. Ma l’amore di chi ha il coraggio di decentrarsi per vedersi con gli occhi di un altro, l’amore di chi sa spendersi senza chiedere nulla in cambio perché nutre la gratitudine del vivere.
Amarsi non significa cercare di essere perfetti o altruisti senza misura, o iperattivi nel fare per gli altri fino allo sfiancamento. Piuttosto è l’atteggiamento di chi si ascolta prendendosi cura delle proprie fragilità, rispettando i limiti e non esitando a chiedere aiuto quando ci si trova nel bisogno.
Non si ama chi nutre orgoglio, altezzosità, ricerca di vanagloria, o chi si illude di trovare felicità nell’appagamento smisurato dato dal possesso delle cose o dalla sottomissione dell’altro.
Non abbiamo saputo testimoniare alle nuove generazioni questa grammatica di vita ma in fondo si trasmette solo ciò che si ha.
Il Vangelo di questa domenica (Mt 22, 34-40) offre un parametro inedito assai prezioso per l’umanità del nostro tempo.
Lo sfondo è quello della polemica nei confronti di Gesù per farlo cadere in una disputa e così avere di che accusarlo.
La domanda è sul più importante dei comandamenti di cui l’osservanza del sabato era ritenuto quello principale. Eppure Lui guariva di sabato e annunciava che il sabato era fatto per l’uomo e non viceversa, per cui sarebbe caduto nel tranello perché avrebbe annunciato di violare il precetto più importante. Si pensi che la Torah oltre al decalogo prevedeva anche 613norme, con 248 precetti e 365 divieti, pertanto la sua risposta avrebbe messo in discussione tutta quanta la Legge e dunque avrebbe offerto una prova schiacciante per condannarlo.
Gesù risponde in modo sorprendente superando il loro pregiudizio in quanto pone al centro l’amore affermando che bisogna amare Dio (Dt 6,5) e il prossimo (Lv 19,18). Anzi dichiara che l’amore per il prossimo è uguale all’amore per Dio e non inferiore.
Di fatto si confronta con una religiosità che aveva svuotato la Legge privandola dell’amore fino a ridurla ad una mera esecuzione di norme per sentirsi giusti di fronte agli altri e a Dio. Questo atteggiamento aveva trasformato la religione in uno strumento di potere per ergersi al di sopra degli altri e così curare i propri interessi.
Gesù toccando gli ammalati e banchettando con i peccatori violava le prescrizioni perché accorciava ogni tipo di distanza contaminandosi con il vissuto altrui. È questo coinvolgimento che fa problema ma in realtà esprime l’agire di Dio che si prende cura nutrendo compassione per i piccoli e quanti vivono ai margini di questo mondo.
Il Vangelo esprime l’ascolto del Padre che si china con viscere di misericordia verso l’umanità ferita e se ne prende cura offrendo il Figlio. Gesù, infatti, sarà trattato secondo quella Legge priva di amore che Lui ha destabilizzato: la condanna alla infamante crocifissione è il segno ultimo dell’abominio a cui può arrivare simile ideologia religiosa.
I due precetti dell’amore, piuttosto, rivelano la prospettiva evangelica che trova la sintonia con il Padre prendendosi cura del prossimo. È così che Dio si rende visibile attraverso la carità che si esercita in chi ha bisogno d’aiuto.
Questa esperienza riconduce alla vita interiore dove si dà spazio alla risonanza del cuore e in primo luogo allo sguardo del Padre che riconosce la preziosità di ogni figlio.
Contemplare il Suo amore per noi è fonte di consolazione e guarigione, ogni volta che ci si dedica del tempo per sostare e lasciare risuonare il Vangelo il cuore si colma di gratitudine e questa gioia procura la forza per resistere al male e continuare a donare, a condividere la propria vita per l’altro senza chiedere nulla in cambio.
Il nostro tempo ha bisogno di riconciliazione ma senza il coraggio dell’ascolto si rimarrà a teorizzare senza reale incontro. L’osare della fede è certo profezia necessaria per questi giorni così martoriati.