L’attesa rivela il senso dei giorni
Il tempo che scorre ha un sapore differente a seconda dell’attesa che si nutre nel cuore e la visione della meta cambia l’organizzazione di tutta l’esistenza.
C’è chi percepisce il compimento dei giorni e cioè la morte come la fine di tutto e perciò cerca di spremere ogni attimo ritenendo che il valore di ogni cosa sta nel segmento presente: è la vita di chi brama continui piaceri e, altrimenti, si annoia quando viene meno l’ebrezza di un momento. Sono gli avari che rimangono centrati sulla convenienza personale intesa in termini di accumulo ma, di fatto, rimangono incapaci di relazioni e legami autentici. Ne consegue una crescente ansia compulsiva, un’ostilità competitiva verso gli altri quando vengono percepiti come ostacolo alla propria bramosia.
Diversa è l’esperienza di chi nutre l’attesa del Cielo quale meta dei propri giorni. In quel caso il quotidiano si copre di gratitudine perché la relazione col Cielo diventa già esperienza, missione e senso di vita. Il cammino quotidiano, in quel caso, matura verso l’essenzialità ed è la strada che viene mostrata dai maestri che hanno colto come lo spogliarsi di tutto ricchezza della meta.
Oggi iniziamo il tempo d’Avvento e la liturgia permette di celebrare questa memoria grata, dove la relazione d’amore con il Padre è fonte e compimento di tutta l’esistenza.
Comprendiamo il senso della Scrittura dove viene ribadito il valore dell’essere “presi” e cioè incontrati e salvati. Questa esperienza è resa possibile dallo spazio interiore lasciato sgombero per disporsi all’accoglienza. Le “distrazioni” a cui si fa riferimento sono date da tutto ciò che già con lo sguardo si vorrebbe carpire per riempirsi e così anestetizzare il senso di mancanza che impazientemente non si vuole vivere.
“Celebrare l’Avvento, significa saper attendere, e l’attendere è un’arte che, il nostro tempo impaziente, ha dimenticato.
Il nostro tempo vorrebbe cogliere il frutto appena il germoglio è piantato; così, gli occhi avidi, sono ingannati in continuazione, perché il frutto, all’apparenza così bello, al suo interno è ancora aspro, e, mani impietose, gettano via, ciò che le ha deluse.
Chi non conosce l’aspra beatitudine dell’attesa, che è mancanza di ciò che si spera, non sperimenterà mai, nella sua interezza, la benedizione dell’adempimento”.
Questa citazione di Dietrich Bonhoeffer, dal Sermone sulla I domenica di Avvento, del 2 dicembre 1928, rivela il senso liturgico dell’Avvento nella esperienza della Chiesa.
Se per alcuni Dio appartiene al passato e per altri appartiene al futuro, per i cristiani Dio appartiene al presente. Il passato è un ricordo nel presente e il futuro è un’intuizione del presente, ma è il senso dell’eternità a dare percezione della propria continuità storica.
Ognuno dispone dell’unicità del momento che vive e ogni istante della vita è occasione per scegliere quale postura assumere di fronte alla storia. Se non siamo consapevoli della nostra unicità, perdiamo l’occasione di quello che solo noi possiamo realizzare e la nostra parte non è sostituibile da altri.
Di fronte alle guerre e alle ingiustizie che feriscono brutalmente il nostro mondo abbiamo bisogno di una rinnovata assunzione di responsabilità che restituisca nome alle cose e verità a ciò che è stato caricato di menzogna. Infatti la prima giustizia è data dalla verità dei fatti e dall’ascolto degli oppressi.
Se a Gaza e in tutta la Cisgiordania continua l’opera di sterminio e di sfollamento del popolo palestinese allora comprendiamo quanto diffusa è la menzogna che falsa la storia e il senso del tempo. Entrare nell’avvento significa anche restituire voce e dignità ai volti sfigurati e ai diritti negati. Altrimenti quale meta si persegue se il cammino è segnato dall’indifferenza e dalla ricerca del quieto vivere?