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Gaza di Nino Carlotta
Educativa di strada, Palermo, Psicologia della Religione, Ricerca di Dio

Siamo fatti per la prossimità

La prossimità è quel che rivela l’incontro tra cielo e terra. La spiritualità disincarnata è mera astrazione e, sovente, diventa alienazione dal quotidiano vivere come accade quando le religioni pretendono di dettare leggi dall’alto per regolamentare le relazioni sociali. Così è della religiosità meritocratica che pensa ai comportamenti quali modalità per accattivarsi la benevolenza di Dio e così avvicinarsi al Cielo.

La prossimità, piuttosto, ci permette di accedere all’essenza della spiritualità nel senso che è la premessa per generare l’incontro.

Quando parliamo di prossimità, secondo la nostra prospettiva, intendiamo tradurre la vicinanza che si oppone alla distanza, la somiglianza che si oppone alla discriminazione, l’attenzione che si oppone alla distrazione.

È prossimo chi si avvicina e si interessa, chi riconosce il volto altrui, chi sente il legame con lo straniero considerandolo parte di sé.

Senza questa premessa non potrebbero esserci relazioni autentiche e disinteressate  e neppure interiorità. L’umano vivere si trasformerebbe in un viaggio egocentrato privo di desiderio e di cura, impassibile di fronte alla mancanza e senza mete che rendono colma di senso l’esistenza personale.

Cresciamo quando facciamo spazio all’altro smettendola di cercare di appagare noi stessi e, dunque, quando siamo disposti a perdere qualcosa fino a consumarci per amore dell’altro.

L’iperconnessione dei nostri giorni ha bisogno di simili premesse per generare incontro. Perché, sebbene riduca le distanze, potrebbe non dare spazio alla reciprocità e divenire manipolazione per influenzare l’interlocutore a seconda delle tendenze del momento.

Il comunicare secondo i criteri della prossimità anche se ad enorme distanza, dunque, può trasformarsi in occasione di scambio e di solidarietà per sostenersi nel cammino come oggi accade per le questioni internazionali che, se ascoltate, possono trovare l’intervento determinante di moltitudini come nella mobilitazione per la pace e per i diritti di interi popoli.

Il comunicare, in questi casi, non è traducibile con un mero scambio di contenuti ma nel farsi carico della causa dell’altro partecipando al suo travaglio esistenziale nella ricerca di un cambiamento. È il motivo per cui in tanti parti del mondo oggi si sta per strada e si fanno interventi su più fronti per fare arrestare il genocidio del popolo palestinese.

Se il Rapporto “Dall’economia dell’occupazione all’economia del genocidio”, presentato la scorsa settimana dalla relatrice Onu su Gaza Francesca Albanese, ha avuto così rapida diffusione e ha mobilitato in tutto il pianeta realtà di ogni estrazione è perché la comunicazione è stata veicolata dal piano relazionale di sensibilità e vicinanza ai diritti dei popoli oppressi. La sensibilità maturata attraverso il giorno della memoria che ogni anno commemora le vittime dell’Olocausto, ha reso possibile una risposta quasi immediata a quello che sta accadendo perché un giorno non si possa dire che il mondo è rimasto a guardare…

È questo il senso dell’anno giubilare che stiamo attraversando, una grande occasione di prossimità in quanto – così come nella tradizione biblica – apre alla sosta per restituire a ciascuno il suo.

Il giubileo, infatti, è pellegrinaggio, cammino verso la meta durante un anno di sosta. Sostare per tornare a camminare, distribuire per tornare ad avere, ritrovarsi restituendo giustizia al prossimo.

Questa esperienza rimetteva ordine nelle relazioni sociali ma anche nel rapporto con se stessi e con il senso della vita. A ciascuno veniva data la possibilità di riorientarsi verso la meta, chiarire a se stessi l’orizzonte del cammino quotidiano.

Quest’anno giubilare, eppure, è ferito dalla terribile guerra in Palestina emblema di tutte le guerre che attanagliano il nostro mondo. Gli strumenti di comunicazione ci stanno mostrando in diretta gli abomini del genocidio che si sta consumando a Gaza ma rimanere spettatori dello scenario di guerra non significa farsi prossimi. E magari neppure donare dei fondi alle organizzazioni umanitarie che, seppure necessari, non accorciano le distanze.

C’è bisogno di scendere tutti in campo per capire come tradurre il desiderio di bene e l’inquietudine per il bene altrui in azione per custodire il volto dell’oppresso e per restituirgli diritto al futuro.

La parabola del buon Samaritano che la liturgia ci presenta in questa domenica è un emblema di cosa significhi chinarsi fino alla prossimità. I primi personaggi che affrontano la vista del moribondo sulla via di Gerico sono un sacerdote e un levita.

Loro mostrano che la religione inibisce la prossimità quando diventa preservazione della purità. Hanno un alibi perfetto per non contaminarsi: secondo le prescrizioni giudaiche non avrebbero più potuto accedere al culto. La fede provoca scelte concrete, chiede di rischiare in prima persona e non di cercare ragioni o calcoli di convenienza. Uscire dai ruoli significa farsi prossimi, incontrare realmente l’altro per quello che è senza filtrare l’incontro con le precomprensioni dottrinali. Il pregiudizio è quel che regge le distanze del nostro mondo.

Il Samaritano della parabola, invece, ha un atteggiamento libero, il moribondo gli è estraneo ma la sua vista non è imbrigliata da precomprensioni. Lo riconosce nel suo bisogno e ciò perché è libero di lasciare risuonare dentro di sé il vissuto altrui.

Lo vediamo chinarsi su quell’uomo ferito e condividere quello che fino a poco prima era suo: la cavalcatura così come l’olio e il vino e, poi, le monete per l’albergatore. Quel che ha diventa luogo di comunione per il bene dell’altro, ma prima ancora condivide il suo tempo, la fatica e la rinuncia al cronoprogramma del proprio cammino.

La solidarietà permette la spoliazione di sé e in questo essere “nudi” sta il senso del Giubileo della Speranza. La nudità esprime la relazione filiale di chi si affida al Padre e non ha bisogno di maschere per apparire nella scena di questo mondo. Questo atteggiamento previene ogni illusione o parvenza di realizzazione facendo a meno del Cielo.

La Speranza cristiana, piuttosto, è come un’ancora gettata dall’altra parte della vita, sull’eternità, per cui il cammino ha dove reggersi anche se tempestoso. Il Samaritano ha mantenuto nel suo cammino l’orizzonte della meta ma ha fatto del suo quotidiano l’occasione per esprimere il senso di ciò che lo orienta. Centrarsi sul raggiungimento della meta, altrimenti, farebbe perdere il gusto del viaggio.

Francesca Albanese ha parlato a chiare lettere di un progetto coloniale favorevole all’apparato economico-industriale che oggi è giunto alla fase dell’ “economia del genocidio”, un passaggio che dice del delirio che il genere umano può raggiungere quando perde l’orizzonte del cammino e, di conseguenza, il senso della prossimità.

Non possiamo stare a guardare, il nostro mondo abbisogna di tornare a coltivare vicinanze. Danisinni domenica scorsa ha inaugurato la mostra collettiva per la Palestina EXIST RESIST, le opere si ispirano alle brutture che oggi accadono a Gaza ma attraverso l’arte usa l’arma della bellezza per restituire umanità a questo mondo, è un passo solo un primo passo per avviare processi di prossimità, di condivisione, di trasformazione perché i popoli oppressi attendono…