Lo Zen è Palermo
Non è sufficiente il distacco perbenista per affermare che lo Zen non ci appartiene e che è altra cosa rispetto alla nostra Palermo.
Lo Zen rappresenta la nostra città e sarebbe un errore avviare una riflessione separandolo dal contesto palermitano in cui il quartiere si inserisce.
La narrazione sulle cosiddette “periferie” non mi ha mai convinto e ritengo che possa contribuire ad alimentare il problema perché ogni qualvolta che coniamo una etichetta, cristallizzando il processo che vorremmo fotografare, allora ne boicottiamo l’evoluzione.
La vicinanza di tutti noi a don Giovanni Gannalia e alla Comunità San Filippo Neri di cui è parroco, esprime la vicinanza all’intero quartiere che sta cercando di divincolarsi dalle trame della mafia e del malaffare che oggi vede nuove ciurme di adolescenti che si esaltano maneggiando armi e aprendo il fuoco su tutto ciò che gli pare di ostacolo, fosse solo un pedone che sta attraversando la loro strada o l’autista dell’autobus che vorrebbe transitare per svolgere il suo servizio.
In tutta Palermo stiamo osservando gli effetti di una generazione cresciuta senza un’efficace proposta educativa che potesse suscitare l’interesse dei figli dei malavitosi e delle famiglie indigenti. Non sono mancati gli interventi educativi da parte del terzo settore e delle diverse agenzie pubbliche e private ma questi sono rimasti disconnessi e sfiduciati dall’assenza di investimenti istituzionali che ne potessero garantire la continuità.
In simili condizioni offrire un respiro differente è infruttuoso perché il minore rimane prepotentemente immerso in un ambiente familiare intriso di cultura mafiosa ed antisociale che soffoca ogni tentativo di cambiamento.
Diversamente la proposta antitetica è seduttiva perché dettata da un’offerta di onnipotenza stile “Gomorra” affermata con la violenza e l’eliminazione di ogni possibile critica. La formazione di un pensiero e di una visione personale viene negata perché la parola del più forte viene ad inibire ogni anelito attraverso la minaccia terrificante.
Eppure privata del silenzio e dunque dell’ascolto, la parola si riduce a mero flatus vocis, suono senza senso, rumore d’un momento perché mancante di verità. Così è la parola dell’arrogante di turno che crede di essere autorevole su cui lo circonda.
Si tratta di persone che non parlano ma si esprimono emettendo sentenze e spocchiose affermazioni di sé ricorrendo alla violenza per imporsi.
Si pensi ai contesti criminali dove il bambino viene considerato solo se ‘sperto e cioè capace di destreggiarsi con malizia nel circuire il prossimo e fronteggiare le situazioni della vita.
Si tratta di piccoli che hanno imparato ad ingoiare le lacrime e si sono fatti duri per non ascoltare la terribile solitudine che provavano dentro al cuore. Hanno appreso così a “fare confusione” al pari degli adulti che li hanno addestrati.
La parola che non è finalizzata al bene è confusa, mortifera, rimane vuota perché solo le parole che generano vita hanno reale potere. Lo stesso accade quando i bambini vengono parcheggiati dinanzi ad un ipnotico dispositivo che ha effetto sedativo momentaneo per poi renderli ancora più iperattivi.
Loro non hanno trovato adulti che gli parlassero rimanendo poi in silenzio ad ascoltare quello che avrebbero voluto comunicare.
Li troviamo poveri di parole e la loro comunicazione è ridotta all’essenziale senza riuscire a dare forma al caos emozionale che vivono dentro.
Oggi più che mai abbiamo bisogno di educatori che restituiscano la capacità di trovare parole vere per uscire dall’inquietudine esistenziale che, altrimenti, avvolgerebbe senza scampo.
I recenti accadimenti che hanno colpito lo Zen sono sintomi di questo stato di malessere e di confusione esistenziale dove il modello antisociale viene assunto da interi gruppi quale possibilità per esserci e trovare una pseudo-identità seppure priva di parola e di pensiero e quindi in balia dell’impulso del momento.
La Comunità parrocchiale San Filippo Neri, in quel contesto, piuttosto è uno spazio di Parola e di ascolto, luogo in cui potere sostare per riappropriarsi del proprio diritto ad esserci veramente.
Infatti è la parola che ci fa essere e cioè ci tira fuori dal ripiegamento su noi stessi e ci chiama ad interagire con la vita circostante. Quando ci sentiamo chiamati-riconosciuti ecco che accade come una seconda nascita che va oltre l’esperienza biologica.
Il Vangelo di Giovanni comincia con l’espressione “In principio è la parola” riferita a Dio. Per l’essere umano si può affermare che in principio è l’ascolto perché prima di esporsi con la parola, la persona ha bisogno di ascoltare e così individuarsi e differenziarsi da ciò che lo circonda.
Tale processo però non è scontato soprattutto quando si propina l’uniformità del pensiero e l’omologazione delle parole. Oggi, infatti, la diversità propria del pensiero critico viene perseguitata e considerata sovversiva ed eretica rispetto al sentire comune.
Abbiamo bisogno di riconoscerci tutti responsabili dei processi culturali che attraversano la nostra città, di quelle spinte omologanti che spengono l’inedito di cui ciascuno è capace e che fanno smarrire l’autenticità del vivere.
Piuttosto abbiamo bisogno di parole autentiche che restituiscano il valore dei giorni e che smascherino le trame dettate dalle parole false che consegnano ad una storia edulcorata come ad una finzione scenica.
Sono le parole di violenza esibite dai talk show così come dalle polarizzazioni dei dibattiti politici – che proprio per questo hanno perso il senso della politica – o dalle serie televisive le quali offrono l’illusione di una vita onnipotente fondata sull’arroganza del più forte.
Di questa apparenza si nutre anche la cultura mafiosa così come quella delle fasce di popolazione indigenti che idealizzano il malaffare quale successo di vita.
L’escalation di violenza a cui stiamo assistendo, dunque, è frutto di decenni di mancato investimento nell’accompagnamento formativo delle nuove generazioni.
Se ancora oggi si sta a discutere sul valore dell’educazione affettiva e sessuale nella scuola è perché non si ha alcuna competenza nel custodire la maturazione umana e la sensibilità relazionale volta alla integrazione e al rispetto della diversità.
Le abilità relazionali non sono considerate dal nostro paradigma culturale o, altrimenti, sono assunte per strategie di marketing e quindi di manipolazione dell’interlocutore. Tutto questo genera povertà valoriale e frammenta il tessuto sociale alimentando la competizione e l’individualismo.
L’educatore, piuttosto, ha la responsabilità di favorire l’espressione dell’umano tirandolo fuori da ciascuno trasmettendo la capacità di prendersi cura di sé e degli altri.
La Comunità territoriale dello Zen è su questa linea e il parroco a fronte delle ripetute intimidazioni, lo ha ribadito assumendo una postura di dialogo verso i facinorosi che hanno sparato rispondendo con l’interesse per la loro vita che rischia di essere sciupata inutilmente. Ha cioè risposto con parole di verità le quali, proprio per questo, non sono reattive ma forti della Luce che guida il cammino e che non si lascia rabbuiare neppure dalla brutalità degli spari.
In gioco c’è il viaggio della vita, non quello alienante del crack, ma quello che permette di trovare il gusto del quotidiano perché chi costruisce nella via del bene scopre il sapore dei giorni.