Testimone è chi resiste
Il nostro mondo abbisogna di testimoni ossia di donne e uomini che ispirino interiormente il bene da compiere.
Mentre la moda offre modelli che suggestionano ammaliando per la loro apparenza, la testimonianza risuona interiormente muovendo sogni e desideri profondi volti al bene e alla capacità generativa che appartiene ad ogni essere umano.
Il testimone è tale perché rivela la propria precarietà o insicurezza ma al contempo osa andare oltre, così come ripeteva Paolo Borsellino il quale ammetteva di avere paura ma sapeva che la sua missione quotidiana non poteva venire meno. Anche padre Pino Puglisi negli ultimi mesi di vita aveva paura per le minacce subite e questo per lui diventava motivo per immergersi nella scelta evangelica con ulteriore slancio come a confermare che la sua vita, ormai, apparteneva al Cielo. Peppino Impastato, invece, pareva sfidare la paura ironizzando apertamente sul sistema economico e politico di Cinisi gestito dalla mafia locale, quella di cui aveva conosciuto la brutalità già quando aveva quindici anni perché aveva fatto saltare per aria lo zio – la prima autobomba per mano mafiosa – durante una lotta tra le diverse famiglie.
Sono testimoni i superstiti di Gaza che continuano a resistere sperando nella possibilità della pace, oggi dalla parrocchia locale don Gabriel Romanelli comunicava che lì continuano a pregare, a celebrare Eucarestia malgrado attorno si continui a sparare e bombardare. Si sentono impotenti ma è l’unica arma che conoscono per intervenire a fronte di tanta brutalità.
Il testimone, dunque, non si mostra perfetto o impeccabile ma attesta che la vita è paradossale e cioè che ciascuno porta il conflitto tra il dono di se e il preservarsi, tra l’amare gratuitamente o il compiacere se stesso.
Tutti abitiamo questa tensione esistenziale e a ciascuno è dato di scegliere come abitarla, se implodere nelle paure proprie dell’avaro o se consumarsi spogliandosi di tutto.
Di contro respiriamo quotidianamente modelli tossici che propinano logiche di “convenienza” giustificando perfino un genocidio che, oltretutto, viene tollerato dai più per ragioni di ordine economico.
Nel Vangelo di questa domenica (Lc 11, 1-13) Gesù appare come testimone quando chi lo osserva gli chiede: “Signore insegnaci a pregare”. Con la sua presenza, infatti, rivela il rapporto con il Padre e perciò vederlo desta il desiderio di potere imparare a rapportarsi con il Cielo.
Parla di un Altro con la sua vita e questo è un grande insegnamento soprattutto ai nostri giorni in cui l’emancipazione e l’adultità viene confusa con la capacità di contare solo su se stessi!
La cultura dell’autonomia libertaria, in realtà, risente di questa saccente autosufficienza ma negare la comune interdipendenza equivale ad esporsi al delirio narcisistico o al ritiro sociale depressivo.
Gesù, piuttosto, risponde consegnando la preghiera per eccellenza quella che rende intimo il rapporto con il Cielo, riconoscendone la paternità e, dunque, il rapporto filiale.
Tornare alla relazione con il Cielo equivale a riscoprire la forza del desiderio e l’ascolto che dirige il cammino. Il Padre pur non essendo presente in terra si rende prossimo e la preghiera è già promessa della Sua risposta.
L’osare della fede – “l’osiamo dire” – dunque, è un rimanere nella quotidianità senza fughe aleatorie fiduciosi della meta che orienta la strada. È un cammino di popolo – da cui il “nostro” – e mai intimismo spirituale, che contribuisce a rendere presente la venuta del “regno”.
Dobbiamo precisare che il “regno di Dio” non equivale al benessere ricercato attraverso il possesso o il dominio sulla terra: Gesù annuncerà che la premessa è il dono sino alla fine. L’accesso ai “cieli nuovi e terra nuova”, dunque, è frutto dell’amore senza misura e non dell’avarizia di chi rimane centrato su se stesso.
Ci rendiamo conto di quanto attuale sia questo insegnamento perché la pace è possibile quando si abbandona la mira espansionistica del colonizzatore e si coltiva l’abitare questo mondo da viandanti rivolti verso la meta. È allora che la costruzione della pace si traduce in responsabilità comune che ci trova tutti coinvolti.
Il cammino verso la meta, dunque, è frutto della condivisione e non dell’indifferenza o dell’emarginazione, piuttosto è cammino di prossimità.
La richiesta del “pane quotidiano” restituisce apertura relazionale e riconoscimento del bisogno che abbiamo del dono altrui. Proprio nel pane si traduce l’incontro tra il dono del creato e il lavoro dell’essere umano, perché unisce l’azione divina con quella umana impastandola in un frutto segnato dalla comunione.
La quotidianità, allora, procura il senso del gusto di ogni cosa e chi salta la fatica del passo di ogni giorno di fatto si aliena. Nell’ordinario si scopre il valore e si approfondisce il desiderio di ciò che si chiede.
La testimonianza del Maestro raggiunge il culmine proprio nella capacità di perdono così come mostrerà dall’alto della croce verso i suoi crocifissori.
La preghiera del “Padre nostro” termina con la richiesta di perdono perché la relazione filiale parte dalla premessa del riconoscersi debitori e non conquistatori della vita. L’esistenza per tutti rimane dono e ciò che siamo non è frutto di un “dovuto” ma dell’amore gratuito. Il nascere non è mai casuale ma il dono della vita che abbiamo ricevuto.