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Educativa di strada, Incontri culturali, Palermo, Psicologia della Religione

Giustizia e gratitudine si incontreranno

Chi vive da nostalgico svalutando il valore del presente rispetto al passato, di fatto boicotta la reale possibilità che ha di esprimersi e di mettere a frutto la gratitudine per quel che è stato.

Il passato o lo utilizziamo per essere grati per l’insegnamento ricevuto, oppure diventa la catena che ci impedisce di cogliere l’opportunità del presente.

La memoria è generativa quanto nutre gratitudine o quando serve a pentirsi del male compiuto o a riconciliarsi con quello ricevuto. Simile atteggiamento ci insegna ad avere coscienza di quel che distrugge e ad imparare la cura di ciò che rigenera.

I nostri giorni abbisognano di questa coscienza perché pare che il male ed il bene siano colti come indistinti e magari frutto del sentire del momento. Quanto opinionismo ci rende carnefici e quanta violenza nelle parole e nei gesti ci fa complici dei mali che attraversano la nostra società.

Abbiamo bisogno di recuperare parole che procurino guarigione recuperando l’essenziale del vivere, ciò che restituisce pace e amicizia alla convivenza umana.

La Parola di questo tempo di Avvento ci mostra la via per riappropriarci della direzione della nostra esistenza e di abbandonare ciò che rimane tortuoso perché radicato nell’inimicizia.

Il Vangelo di questa domenica (Mt 3, 1-12) è introdotto dall’espressione “in quei giorni” che valorizza ciò che è accaduto nel passato rendendolo opportunità nel presente, possibilità di esperienza attuale se si accoglie l’invito che ne scaturisce.   

L’episodio inerente al battesimo amministrato da Giovanni vede due movimenti, uno esteriore e l’altro interiore: l’uscire da Gerusalemme e il convertirsi.

Il primo si centra sull’abbandonare la costruzione mentale di un Dio raggiunto attraverso offerte e ritualismi che rendono l’uomo “giusto” ma privo di umanità. Il secondo volge a riorientare il cuore verso l’amore del Signore ammettendo il proprio peccato e, così, accogliere il perdono del Signore.  Il primo atteggiamento guarisce il rigore del cuore e il giudizio verso il prossimo, il secondo genera gratitudine da cui scaturisce tenerezza e compassione.

Giovanni compie un’azione di destrutturazione testimoniando altro rispetto al sentire comune. Il suo aspetto richiama all’essenzialità delle origini come ad indicare che tutto va riplasmato e che bisogna scegliere l’essenziale al fine di permetterlo. È un invito a non avere timore di lasciarsi scardinare dal Signore e cioè di abbandonare la mentalità idolatrica la quale mira all’autorealizzazione in modo individualistico e cioè senza Dio e senza l’altro.

È un rapporto di fiducia quello che viene richiesto e non uno sforzo di perfezione, perché è Dio ad appianare i colli e raddrizzare i sentieri perché è Lui ad andare incontro al Suo popolo.

A ciascuno è dato di non resistere all’incontro perché “le sue vie non sono le nostre vie”. Caricare l’esperienza religiosa di aspettative e precomprensioni significherebbe impedire a Dio di agire e di fare nuove tutte le cose.

L’esistenza personale è sempre opportunità affinché il Cielo possa manifestarsi ma è necessario mettersi in ascolto per lasciarsi condurre.

Giovanni Battista per ascoltare porta nel deserto, luogo del silenzio e della solitudine ove le strade non sono ben definite, anzi il paesaggio intero muta a seconda dei venti per cui non è facile orientarsi. L’etimologia latina del termine  “deserto” significa “slegarsi” e dunque sciogliersi da tutto ciò che impedisce il cammino. 

Deserto è il luogo in cui attraverso l’esodo il popolo viene preparato all’incontro con Dio. Quando cammini per tanto tempo lasci perdere ciò che è inutile e il silenzio permette di lasciare questa pesantezza permettendo di entrare dentro ed ascoltare il ritmo, il battito del cuore.

La veste sobria di Giovanni ricorda che non serve esteriorità per attirare a sé e i fianchi cinti oltre che al predisporsi al cammino indicano la disponibilità al servizio perché è realmente in cammino chi serve. Può fare esperienza di Dio non chi è quieto nella sua comfort zone ma chi sta in viaggio, non frenesia del vivere ma la ricerca e quindi l’ascolto quotidiano della sua Parola.

Lo stesso nome “Giovanni” che significa “grazia di Dio” è voluto dal Cielo, come ad indicare che ciascuno scopre il suo nome – identità attraverso la gratitudine.

La missione di ogni cristiano è scoprire il proprio nome e restituire a ciascuno la capacità di ricerca verso la meta favorendo il cammino che porta ad accogliere l’esperienza del Cielo qui in terra. Spesso le ingiustizie di ogni tempo sono quelle che ostacolano questo processo di gratitudine e quello che sta accadendo oggi a Gaza dinanzi alla supponente indifferenza dei potenti di questo mondo ne è un emblematico esempio!