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Educativa di strada, Palermo, Psicologia della Religione

La Misericordia è ingiusta

“M” come Misericordia. L’agire misericordioso si compone di due movimenti sincroni, fare spazio dentro per accogliere e muoversi verso l’altro per donare. È interessante questa complementarietà in quanto ci mostra che per usare misericordia bisogna svuotarsi di sé, lasciare le pretese autocelebrazioni e riconoscersi mancanti. Il  prossimo allora non viene percepito come un intruso da tollerare ma quale ospite atteso e/o inatteso, da curare e, quindi, da restituire alla vita.

La misericordia, dunque, non presuppone un trattenere o legare a sé in cerca di gratificazione ma un desiderare il bene dell’altro, la sua guarigione e la sua libertà nel cammino della vita.

Dio non si compiace della morte del peccatore ma che si converta dalla via della morte e torni a camminare verso la meta. Lui desidera condividere la Sua vita in pienezza e questa ricerca di comunione viene espressa dal suo agire misericordioso.

La giustizia di Dio non si traduce, allora, nel condannare le colpe ma nel perdonarle affinchè il peccatore possa pentirsi e vivere dell’amore che già gli viene donato.

La misericordia rivelata da Gesù desta scandalo perchè Lui si contamina con quanti fino a quel momento erano discriminati, esclusi e perseguitati. Con loro condivide la mensa e, dunque, la sua intimità, il suo nutrimento. Tutto ciò desta scalpore e reazione, ma ciò accade nell’uomo che rimane cieco di fronte ai propri sbagli. Chi si fa giusto, infatti, non conosce misericordia e riesce ad essere spietato verso l’altro non riconoscendo la trave che gli impedisce la vista. Piuttosto come ebbe a dire il caro frere Roger Schutz di Taizé “Colui che vive nella misericordia non conosce né suscettibilità, né delusioni”.

La misericordia è contaminazione, è rischio per l’altro, è pagare in prima persona senza che per questo si abbia rimpianto. Anni fa quando in terra di missione mi trovai ad annunciare ad un gruppo di ragazzi la parabola del padre misericordioso uno di quei giovani mi disse: “ciò non è giusto, quel padre non avrebbe dovuto accogliere il figlio che gli aveva preso il necessario per vivere”.

Ecco, in quel momento ho colto che la misericordia è profondamente ingiusta e ci farà rabbia fino a quando la nostra esistenza si reggerà sullo sforzo personale di riuscire a farcela da soli.

Per essere misericordiosi è necessario uscire dalla solitudine ed imparare a camminare lasciandosi reggere da un altro, camminare anche faticosamente ma sapendo che non saremo mai abbandonati.

La Pasqua è il segno eloquente della misericordia perchè Dio viene a visitarci nella morte e così ci fa entrare nella vita piena. Ma per accedere alla nostra morte era necessario morire ed è questa l’espressione massima della misericordia:  morire per amore di un altro!

Il misericordioso non può continuare a vivere tenendo l’altro fuori da questa esperienza di condivisione. Per accogliere si dona in prima persona ed è lì che avviene un misterioso scambio.

La corporeità, dunque, permette l’esperienza della misericordia e, per ogni cristiano, l’immersione nel battesimo diventa abbandono fiducioso entrando nella morte, per uscirne corpo di Cristo. La vita di ciascuno dopo essere entrata nel bagno della misericordia esce abitata dalla presenza di Dio.

Quando si parla del dono della misericordia non si intende, allora, un atto formale come un dare qualcosa che ci appartiene ma è un dare se stessi, e così anche un regalo di un oggetto acquista una valenza simbolica e relazionale quando il dono è fecondato dalla misericordia.

Per la Comunità nutrirsi all’unico Pane spezzato equivale a lasciarsi sempre più custodire dall’amore che nutre e, consumandosi, trasforma. Il corpo morirà ma avrà interiormente custodito quel che resta e cioè la misericordia infinita del Cielo. Non si tratta di conservare integri, la misericordia,  non è questione di purezza ma di consumazione sino alla fine.

In questo modo ad ogni cristiano è dato di essere epifania dell’Eterno, testimone del Maestro che ha portato a compimento l’amore. Non a caso la chiesa delle origini è sorta là dove è stato sparso il sangue dei martiri. Come recita un proverbio messicano: “Hanno provato a seppellirci, non sapevano che eravamo semi”.

M come Misericordia, come Mano tesa verso il prossimo, come Muoversi verso l’altro al di là di ogni giudizio.

Così scriveva Francesco d’Assisi nella Lettera al Ministro che lo avrebbe rappresentato: “E in questo voglio conoscere se tu ami il Signore ed ami me suo servo e tuo, se ti diporterai in questa maniera, e cioè: che non ci sia alcun frate al mondo, che abbia peccato, quanto è possibile peccare, che, dopo aver visto i tuoi occhi, non se ne torni via senza il tuo perdono, se egli lo chiede; e se non chiedesse perdono, chiedi tu a lui se vuole essere perdonato. E se, in seguito, mille volte peccasse davanti ai tuoi occhi, amalo più di me per questo: che tu possa attrarlo al Signore”.