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Educativa di strada, Psicologia e vita, Ricerca di Dio

Lavorare è sinonimo di libertà

“L” come Lavoro. La grande crisi lavorativa dei nostri giorni ha privato molti di dignità ma c’è anche da chiedersi se lavorare significa accettare qualsiasi condizione di sfruttamento pur di averne un salario! La società tecnica, infatti, ha travestito i lavoratori delle grandi imprese con dei numeri in funzione dei profitti aziendali, come fossero dei pezzi anonimi di una catena di montaggio la cui meta è il prodotto finito ma dove la filiera, per arrivarci, non ha alcuna importanza.

Uno dei tanti segni di questa alienazione è la revoca del giorno festivo che a principio è stata camuffata dallo straordinario ben retribuito, per poi divenire ordinaria giornata lavorativa.

Quel giorno, piuttosto, non era meramente un tempo di riposo ma di contemplazione dell’opera delle proprie mani, per dargli valore  quale contributo all’opera di Dio che si serve di ogni essere umano per continuare la Sua creazione.

Senza riposo festivo il lavoro prende il posto di Dio e perciò diventa fine a se stesso. Inevitabilmente l’uomo ne diventa schiavo perchè crede di potere essere l’artefice di ogni cosa e, dunque, senza limite. Questa, però, è solo un’illusione, e nel ritmo frenetico la salute fisica e mentale viene a logorarsi fino a procurare, ad esempio, un infarto o a fare cadere nel burnout.

Dunque il lavoro abbisogna di un ritmo, scorre nel tempo ed esprime la capacità creativa dell’uomo che è frutto dell’amore. Senza l’amore per qualcuno di cui ci si prende cura il lavoro perderebbe il suo sapore mancando di essere espressione dell’azione del Creatore. Il lavoro è sempre relazionale e anche in una fabbrica chi opera tiene nel cuore i propri familiari che ne avranno il cibo necessario e, al contempo, pensa a quanti utilizzeranno per la loro vita il frutto del proprio operato.

Il ritmo, inoltre, fa stare a contatto con la fatica che permette di approfondire, quotidianamente, il senso della propria esistenza. È la cadenza di ogni giorno a  favorire il contatto con la realtà e ad evitare fughe emotive che farebbero della vita umana una continua ricerca fuori da se stessi. Il ripetitivo, dunque, conduce all’essenziale e lì è dato di contattare il centro di ogni cosa.

Se la sosta dell’ottavo giorno serve a contemplare l’opera realizzata durante la settimana allora il quotidiano è da intendersi come epifania del dono ricevuto, la comunione con il Cielo si traduce in opera giornaliera in cui a ciascuno è dato di consumarsi secondo la grammatica dell’amore. Il lavoro, dunque, è inserito in un circolo dinamico che puntualmente culmina in un’offerta presentata sull’altare e che viene restituita come presenza di Dio in terra.

Il pane e il vino, infatti, sono frutto dell’opera dell’uomo e non solo doni del creato. È questo coinvolgimento che permette all’umanità di presentarsi, fidandosi che le povere offerte potranno essere accolte nel Regno e restituite a tutti quale presenza viva di Dio.

Il gusto delle cose, inoltre, non può ridursi al prodotto finito anche se magari si tratta di un buon  Zibibbo dal sapore amabile e con un retrogusto fine ed aromatico. Per apprezzarne veramente il valore è necessario conoscere la lavorazione così come la filiera e i volti delle persone che stanno dietro a quel che appare innanzi.

È questo il “veritas” a cui facciamo riferimento e non certo al detto latino “in vino veritas”, cioè “nel vino è la verità”, riferito al rilassamento dei freni inibitori. Ogni cosa buona può essere stravolta da una certa perversione: il vino può diventare motivo di ubriachezze e conseguenti violenze; il lavoro quotidiano una schiavitù che priva delle persone care; il proprio corpo può essere mercificato e usato come oggetto di possesso o di dominio.

E’ scorretto, allora, fare del proprio lavoro il luogo per autoesaltarsi, per spezzare i legami familiari e vivere in continua competizione con il prossimo. Quella si chiama schiavitù e non è più lavoro, così come è schiavitù quella che esercitano i caporali di ogni luogo sfruttando i bisogni dei piccoli. Lo stesso fanno tutte le mafie che sulle spalle della povera gente costruiscono imperi economici bloccando, così, la crescita di interi Paesi.

Se il lavoro non porta a benedire il Cielo per la mensa di ogni giorno, se non provoca misericordia e solidarietà per quanti sono più poveri, se non apre allo spendersi per la causa della giustizia sociale, allora non chiamarlo lavoro, forse è solo un modo per derubare il mondo della sua bellezza, ma quella non ti appartiene!

L come Lavoro dunque, come libertà da ogni forma di schiavitù, come Lode per il dono di ogni giorno.

Tornano alla mente le parole di Paolo Borsellino che custodisco nel cuore:  “Io accetto, ho sempre accettato più che il rischio le conseguenze del lavoro che faccio, del luogo dove lo faccio e, vorrei dire, anche di come lo faccio. Lo accetto perché ho scelto, ad un certo punto della mia vita, di farlo e potrei dire che sapevo fin dall’inizio che dovevo correre questi pericoli. La sensazione di essere un sopravvissuto e di trovarmi, come viene ritenuto, in estremo pericolo, è una sensazione che non si disgiunge dal fatto che io credo ancora profondamente nel lavoro che faccio, so che è necessario che lo faccia, so che è necessario che lo facciano tanti altri assieme a me. E so anche che tutti noi abbiamo il dovere morale di continuarlo a fare senza lasciarci condizionare dalla sensazione che, o financo, vorrei dire, dalla certezza, che tutto questo può costarci caro”.

Riconosciamo preziosa la testimonianza che ai nostri giorni ci da il conduttore di Report Sigfrido Ranucci che con il suo team di giornalisti ogni giorno lavora per custodire i diritti e la dignità della gente e, quindi, denunciare le nefandezze di molti che hanno fatto del loro lavoro uno strumento di potere per ferire l’altro e così appagare se stessi.