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Palestina
Educativa di strada, Palermo, Psicologia della Religione, Ricerca di Dio

I legami fanno esistere

Perché legarsi se è più comodo rimanere liberi rimanendo nell’incertezza di esserci domani?

Questo assioma assai propinato ai nostri giorni, come se fosse il manifesto dell’emancipazione liberale, di fatto genera ansia e senso di frustrazione perché, in verità, le relazioni umane abbisognano della costanza e, quindi, della fiducia per trasformarsi in dono che genera intesa ed incontro.

Per quanto si voglia recidere ogni legame, l’interdipendenza colora i rapporti procurando significato peculiare ad ogni singola relazione, un attaccamento senza il quale i rapporti perderebbero di attrattiva e di desiderio. La continua abitudine all’occasionalità, diversamente, genera appiattimento e sfiducia procurando uno stato ansiogeno diffuso e un profondo malessere esistenziale.

La cultura consumistica, d’altronde, tratta le persone al pari degli oggetti e, dunque, ha come parametro di riferimento il proprio appagamento spesso smisurato. Quando si rimane ad accontentare il proprio ego, così come nell’infanzia, l’individuo blocca la propria crescita e procede verso un’esperienza mortifera in quanto non potrà mai saziare il vuoto lasciato dalla fame di ogni cosa.

Questa illusione lo chiude all’altro e alla realtà che lo circonda, e chi osserva secondo uno sguardo predatore falsa la lettura del reale privandosi della sorpresa propria della occasionalità del quotidiano. Vivere con avarizia rende schiavi di quello che si possiede, mentre è libero chi è capace di donare. Avere qualcosa significa poterne disporre ma il tenere, caratteristica dell’avaro, finisce con lo schiavizzare fino a procurare ansia e controllo ossessivo.

Il legame, è da riconoscere, limita ed impone lo sforzo di uscire da se stessi per dedicarsi all’altro ma proprio in questo procedere al di fuori di sé sta il segreto dell’esistenza. Comprendere che la perdita è necessaria per attraversare il viaggio della vita è una scoperta rivoluzionaria e, in fondo, lo stesso cammino è segnato da una costante perdita di equilibrio per aprirsi all’incedere di un nuovo passo.

Il Vangelo (Mt 10, 17 – 42) di oggi con l’espressione “Chi ama padre o madre più di me non è degno di me; chi ama figlio o figlia più di me non è degno di me” sembrerebbe contraddire quanto anzidetto, piuttosto restituisce bellezza e libertà ai rapporti umani che, altrimenti, potrebbero essere intesi come esercizio di potere, diritti e doveri da rispettare. L’essere “degni” traduce non il valore, minore o maggiore, della persona ma la verità di quello che si è: figli del Padre. Riconoscere questa figliolanza che è frutto non del legame di sangue con chi ci ha donato la vita naturale ma del legame d’amore con chi ci dona la vita per sempre è il passaggio che permette di restituire verità e gratitudine nei rapporti umani. Spesso si assiste a continue rivendicazioni o sottomissioni nei confronti dei propri genitori perché è venuta meno questa consapevolezza.

L’orizzonte evangelico, dunque, restituisce verità al legame perché lo fa uscire dall’interpretazione religiosa ferma allo stesso sangue o a quella ideologica fondata sullo stesso pensiero. È il legame di chi non si appartiene e non si appropria dell’altro perché scopre di essere dono del Padre: la figliolanza apre alla fraternità e questa segna un’appartenenza gratuita, un riconoscersi perché portatori dello stesso amore del Cielo.

Questa prospettiva abbatte i muri e i confini che respingono e dichiarano la morte altrui, fa uscire

dall’indifferenza di chi non si sente responsabile del capovolgimento del barcone che ha procurato

settecento morti – ma sono solo gli ultimi – nel Mar Egeo. È un orizzonte che lega allo straniero perché fratello e apre alla cura quale dimensione relazionale che nutre i rapporti umani.

L’ospitalità, dunque, è espressione di libertà e permette di assumersi la responsabilità di quanti vedono la propria esistenza negata oltre che discriminata.

Comprendiamo, allora, anche il proseguo: “chi non prende la propria croce e non mi segue, non è degno di me”. Gesù fa di quel luogo così terribile, realizzato dalla perversione umana, il luogo in cui rivela il Suo legame d’amore consegnando la Sua vita per sempre. Per vivere in pienezza è necessario ripartire da lì, accogliendo senza meriti o maschere meritocratiche, per rimettersi in cammino e donare vita perché interessati al bene di questo mondo.