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Educativa di strada, Incontri culturali, Palermo, Ricerca di Dio, Testimoni

Il testamento di don Pino

La figura di don Pino Puglisi spesso viene edulcorata riducendo quel sorriso che lo raffigura di fronte al sicario che sta per ucciderlo, a una sorta di innocente buonismo. È la narrazione poetica che accompagna le biografie di molti santi i quali vengono privati dell’inquietudine esistenziale propria dell’umano e trasformati in distanti icone da ammirare come fossero di un altro mondo.

La santità, piuttosto, la si scrive con una grammatica ben diversa, spesso segnata dalle crisi interiori per la sproporzione tra ciò che si vorrebbe realizzare e quello che concretamente si  è; dal travaglio per le innumerevoli questioni che sembrano avere la meglio su chi invece persegue quotidianamente il bene; dalla passione per la causa della giustizia e per la bellezza che ci procura il Cielo ma che si scontra con la dura realtà che pare premiare e portare avanti chi si fa giusto e potente calpestando la dignità altrui.

La santità di don Pino, crediamo, è stata solcata da profonde solitudini ed incomprensioni, silenzi e attese, ma certo capace di mirare in alto, oltre ogni ovvia apparenza che lo circondava, mantenendo la direzione del “sì, ma verso dove?”.

Don Pino, appunto, testimoniava una direzione di vita accompagnata da una postura umile e tenace, ordinaria per certi versi, caratterizzata dalla “normalità” con cui rimaneva fedele alla sua vocazione.

Il vangelo di questa domenica  (Mt 18,21-35) ormai prossima all’anniversario del suo martirio, ci offre una risonanza speciale per lasciare riaffiorare la sorgente da cui ha attinto.

Pietro risponde al discorso di Gesù – il quale ha mostrato come prendersi cura di chi ha peccato e dunque ha smarrito la strada – e rilancia la questione chiedendo se è opportuno perdonare fino a sette volte e cioè mantenendo un cuore generoso e non vendicativo. In risposta il Maestro racconta la parabola del servo spietato.

Il punto nodale sta nel criterio utilizzato dall’apostolo il quale pone una misura all’amore e dunque al perdono. Pietro sta sul piano del calcolo ma l’amore si snoda su un registro relazionale che unisce il rapporto con il Padre a quello con il prossimo.

L’immagine utilizzata è iperbolica perché un debito di diecimila talenti è insanabile, un talento corrisponde a venti anni di paga per un operaio per cui la cifra è spropositata. Questo debito viene condonato gratuitamente ma nel testo leggiamo che il servo risponde con una precisazione: “Abbi pazienza con me e ti restituirò ogni cosa”.

Il servo rimane sul piano del calcolo e dunque sulla pretesa di potercela fare da solo. È la logica meritocratica di tutti i tempi in cui non si lascia spazio alla gratuità e di conseguenza tutto viene compreso in termini di dovuto e preteso.

La parabola prosegue con la crudeltà che questo servo riserva ad un debitore che gli doveva appena cento denari, l’equivalente di cento giorni di lavoro…

Un’immagine potente che rivela il cuore del cristianesimo, certo incomprensibile a chi percepisce la propria esistenza come affermazione di sé legata all’accumulo di beni e alla sottomissione altrui.

La comfort zone viene totalmente destabilizzata dalla legge evangelica, i conti non tornano e questo non per bravura o sforzo personale ma perché si scopre la gratitudine per la misericordia ricevuta.

L’esperienza cristiana è prima di tutto identitaria perché nasce dallo scoprirsi figli amati dal Padre, altrimenti si cadrebbe in uno sterile moralismo e in una religiosità priva di umanità.

Pietro dopo la Pasqua non imparerà a perdonare ma condividerà quello che ha ricevuto. Nessun cristiano infatti è capace di perdono ma trasmettiamo quello che viviamo nella relazione con il Padre. È il nostro sguardo a cambiare perché riflette quello che ci viene restituito dall’amore del Padre.

È questo sguardo che ci ha mostrato don Pino Puglisi rivelandoci la via del quotidiano, con poche parole e la costanza nell’agire sui territori.

Da parroco e da animatore giovanile ci ha insegnato cosa significa educare abitando la complessità delle periferie esistenziali. Una scelta di campo in cui prima di tutto bisogna lasciarsi attraversare dal travaglio umano che segna il territorio per imparare a muoversi, sempre più spogli di sé, verso l’altro.

La prospettiva di don Pino è quella del piccolo seme che si fa dono sino alla fine, ci ha consegnato lo sguardo e il sorriso proprio della meraviglia, quello di chi si muove verso l’altro uscendo dall’indifferenza autoreferenziale per lasciarsi stupire dall’espressione inedita dell’altro. Lui in questo modo ha favorito l’emersione di sogni e progetti di vita che oggi, nella storia di tanti, sono diventati realtà.