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Oltre l’immagine la Qualità

Q” come Qualità. La cultura dell’immagine, colma di un’estetica che obbedisce ai canoni della moda, ha privato l’esistenza di qualità spingendola all’omologazione e alla monotonia del quotidiano. È venuta meno la passione per una torta fatta in casa o per la preparazione della pasta fresca o, ancora, per l’attesa della lievitazione naturale.

Eppure senza passione o fatica quotidiana e capacità di attesa, perdiamo la qualità delle cose, il sapore che accompagna il viaggio esistenziale, e la storia si trasforma in una corsa bulimica di accumuli e conquiste senza alcun sapore. Il punto è che nessuna batteria di test sarà mai capace di misurare l’immensità dell’animo umano e tanto meno di dargli un prodotto realmente appagante.

La qualità è un indice relazionale, rivela il rapporto con l’altro, con le cose e con se stessi sottraendosi dal calcolo quantitativo o dalla logica lineare di causa ed effetto.

Il nostro tempo ha perso il senso per la qualità della vita, delle relazioni o dei prodotti. Ci siamo sbilanciati in funzione della quantità delle cose da fare, del numero dei contatti per i quali sentirci importanti o dei profitti a discapito delle conseguenze per la salute.

Il criterio etico, piuttosto, è un indice qualitativo che l’umanità non può smarrire. La politica perde il criterio di qualità quando antepone l’economia alla vita dei cittadini; la scuola perde il criterio di qualità quando il fine dell’anno scolastico diventa quello di completare i programmi piuttosto che accompagnare la crescita e la capacità di desiderio degli alunni; la religione perde la qualità quando si centra sulle nozioni da imparare perdendo il primato della relazione con Dio.

Il criterio di qualità, invece, tradisce le aspettative del ragionamento individuale e si sottrae al calcolo quantitativo dove il di più vorrebbe avere un valore superiore a quel che è meno.

Ed è perciò che l’obolo della vedova nel Vangelo fu indicato come il più prezioso rispetto alle ingenti monete dei farisei e per lo stesso motivo Giuda rimase spiazzato per quello che considerava uno spreco quando Maria cosparse di nardo assai pregiato i piedi del Maestro. Ugualmente i discepoli, fidandosi dell’indicazione del Maestro, videro bastare quei pochi pani e pesci offerti a una innumerevole folla non perché quantitativamente sufficienti ma perché donati fidandosi della Sua compassione per la gente affamata.

La qualità di Dio si basa sull’amore ed è perciò che traduce la Sua onnipotenza in incarnazione, e cioè accettazione del limite e della fragilità umana. Il poco diventa capace del tutto, l’amore illimitato si china sulla quotidiana risposta che seppure vincolata allo spazio e al tempo esprime la pienezza di un consumarsi senza misura.  La vita di Gesù, dunque, rende capace la santità umana e cioè la pienezza di Dio che viene ad esprimersi nella limitatezza di una creatura!

Dopo l’incarnazione, allora, la fragilità non sarà più da eludere e il riferimento non sarà più l’accumulo ma la spoliazione. La qualità della vita si apre all’accoglienza e al riconoscimento dell’altro restituendo valore al tempo, e il “tempo perso” diventa tempo prezioso, perché la relazione viene considerata più importante degli utili.

La religione, fondata sul dovere e sul sacrificio, lascia il posto alla fede e cioè al rapporto di accoglienza e donazione dove la gratitudine per il riconoscimento gratuito procura il consumarsi per amore e senza misura. Non si tratta tanto di una imitazione del Maestro e neanche di un’applicazione dei suoi insegnamenti dottrinali ma di un rapporto di reciprocità dove il legame procura la capacità di perdono e di azione al di là di ogni ragionevolezza.

Paolo rivolgendosi ai Filippesi dirà che quello che prima veniva considerato un guadagno ora è divenuto una perdita a motivo di Cristo. Il valore di prima ora è considerato come spazzatura e l’unica cosa preziosa è la vita in Cristo. La fierezza delle sue conoscenze non ha più alcun valore e il senso di ogni cosa è dato dall’amore del Padre che, ora, anche Paolo sperimenta da figlio.

La qualità, dunque, non è più questione di atti eroici ma di testimonianza e questa è resa possibile dalla rigenerazione nello Spirito, cioè dal muoversi perchè abitati dalla Sua presenza. Non c’è spazio per l’idealizzazione o le apparenze, e a ciascuno è dato di essere quello che è per camminare e non per apparire.

“Q” come qualità del cammino personale ed umano, senza la quale vano è il vivere di ciascuno. Tornano in mente le parole di Emily Dickinson: “Io sono Nessuno! Tu chi sei? Sei nessuno anche Tu? Allora siamo in due. Non dirlo, potrebbero spargere la voce. Che grande peso essere Qualcuno. Così volgare, come una rana che gracida il tuo nome, tutto giugno, ad un pantano in estasi di lei!”.