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Mediazione ai fini della conciliazione, Ricerca di Dio

Non abbiamo merito

La storia spesso appare ingiusta perché non funziona secondo un calcolo pianificato come se dovesse rispondere al rigore di una sommatoria. Il bene elargito, infatti, può avere un ritorno di male così come la rettitudine può essere condannata, ma il segreto della giustizia è quello di mantenere la direzione senza perdere la propria identità malgrado le forze avverse.

Molti, dunque, perdono la traiettoria perché eventi contrari li hanno fatti desistere e ciò accade quando si attende la ricompensa dalla parte sbagliata. Rimanere ancorati al tornaconto dovuto, in effetti, riduce il quotidiano ad un affare meritocratico come se l’esperienza umana potesse limitarsi ad uno sguardo di superficie.

Simile visione vorrebbe fare della storia una necessità, un rapporto di causa effetto dove non sono ammesse variabili impreviste. Secondo questa prospettiva la vita di donne come le sorelle Mirabal non avrebbe avuto senso, così come quella di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino o di Pino Puglisi e di Giuseppe Diana.

Eppure il Vangelo sfugge a questa ferrea logica retributiva, si sottrae dalla linearità causale ed introduce nella storia umana una giustizia ulteriore dal valore impagabile in quanto frutto di una relazione gratuita che il Cielo stabilisce con chi l’accoglie.  

Mi sorprende l’ammirazione che desta la figura di san Francesco ai nostri giorni senza, però, che si riconosca la sua testimonianza frutto della vicinanza ai lebbrosi che cambia ciò che prima era ripugnante in dolcezza d’animo e di corpo. Il poverello d’Assisi va oltre le apparenze e, prendendosi cura delle piaghe dei lebbrosi, sperimenta cosa significhi amare veramente. L’entusiasmo verso di lui, invece, viene inteso come se fosse un esteta ora del creato ora delle creature – limitato agli animali però – privo dell’esperienza di compassione da cui muove la sua esperienza di prossimità.

La pagina del Vangelo (Mt 20, 1-16) di questa domenica approfondisce il senso di questa giustizia attraverso l’immagine del padrone che cerca operai per la sua vigna e continua ad assumerne fino all’ultima ora.

Nella Scrittura la vigna rappresenta Israele, la sua identità relazionale così come il tralcio – immagine del cristiano – che porta frutto se rimane legato alla vite e cioè a Cristo.

Nella parabola il padrone mantiene vivo il desiderio di offrire il lavoro di custodia della propria vigna permettendo, così, di uscire da un ripiegamento solitario. Non si tratta di un rapporto di sudditanza dove la paga legittima la sottomissione. Questa sarebbe un’ingiustizia come quella che esercitano molti datori di lavoro o caporali che pretendono di impedire la nascita di nuovi figli ai dipendenti o, ancora, di lavorare a ritmi incessanti espropriandoli dalle loro famiglie.

Chi rimane su un piano calcolatore, rivela la parabola, non comprende la libertà del padrone ed inizia a mormorare invidiando l’operaio dell’ultima ora perché si sente trattato ingiustamente a motivo della stessa remunerazione. Si ribella, dice il testo, “alla stessa uguaglianza” e ciò perché dà un valore monetario alla propria esistenza, scambia la retribuzione con l’unicità, come se la dignità della persona dipendesse dal compenso ricevuto.

Chi ragiona secondo questi parametri rimane fuori dal piano relazionale facendo del metro economico il criterio di riconoscimento: più guadagni e più vali! L’ “uguaglianza”, piuttosto, fa riferimento al valore del dono che è sempre totale perché l’amore tende a colmare l’amato e dunque a chi accoglie l’invito è dato di riceverne in pienezza.

Nella cultura contemporanea, invece, la ricerca competitiva di guadagni e ruoli di dominio pare offuscare il senso del diritto al lavoro mercificando tutto fino ad escludere dall’ambito lavorativo il valore relazionale, le competenze tacite e la significatività di ciascuno. Il criterio meritocratico è quello che si sta diffondendo e la spinta a performance sempre più elevate diventa l’obiettivo che regola la crescita sociale ma che, in realtà, procura delle devastanti ricadute sulla salute pubblica.

Differentemente il frutto che viene proposto dal padrone della parabola è un dono molto più grande della remunerazione economica. Lui chiama “amico” chi gli si ribella rivelandogli il rapporto di intimità che ha inteso condividere con l’operaio. Rimanere ancorati alla retribuzione economica impedisce di vedere e percepire questo legame così come il figlio maggiore – della parabola del Padre misericordioso – che si ribella alla festa che mostrava il perdono del Padre e rivendica i propri diritti a motivo dell’impegno quotidiano. In entrambe le parabole sia gli operai della prima ora che il figlio maggiore misconoscono il valore dell’essere con il Signore da più tempo e quindi la grazia di non avere sperimentato la solitudine della distanza.

Quanto giustizialismo deriva dalla premessa che vorrebbe dimostrare di essere “giusti” di fronte agli altri. Ma i veri “giusti” del Vangelo (Mt 25, 35) sono quelli che hanno sfamato, ospitato e vestito i piccoli del mondo e, dunque, hanno consumato la loro esistenza per amore gratuito.

La scelta della citazione delle Beatitudini, «Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia perché saranno saziati»  (Mt 5, 6), apposta sul cartiglio nell’arco della volta del presbiterio della chiesa di Danisinni, è un programma di vita che esprime, in sintesi, questa prospettiva che appartiene alla missione della Comunità tutta.

La sete e la fame di giustizia costituiscono il bisogno esistenziale che muove l’inquietudine e la passione della nostra Comunità verso gli ultimi.

La liturgia quale luogo dell’incontro è possibile se c’è un’offerta del quotidiano colma dei carichi che portano i piccoli e dalla quale scaturisce la risposta del Pane spezzato ossia l’unico nutrimento capace di restituire dignità a ciascuno.

Quel che conta, inoltre, è che la porta resti sempre aperta perché ci può essere sempre il ritardatario dell’ultima ora e per il suo arrivo la festa sarà ancora più bella.