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Palermo, Psicologia della Religione, Ricerca di Dio

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Nel buio della notte pasquale le donne si recano al sepolcro, non attendono la chiarezza del nuovo giorno ma si muovono attraversando l’incertezza del cammino. Loro non fanno calcoli prudenziali o di convenienza perché è il legame con Gesù ad orientarle verso l’incontro.

Si tratta del legame d’amore che esprime l’urgenza di cercare l’altro aldilà degli ostacoli. Lo stesso movente che porta un padre o una madre a cercare il proprio figlio per strada nel mentre che i bombardamenti devastano le città dell’Ucraina, o il rischio che corrono ogni giorno le forze dell’ordine nel difendere la causa della giustizia perché i piccoli non possono attendere o, ancora, la decisione controcorrente che porta un imprenditore a rinunciare a guadagni facili, frutto di proventi illeciti, nel tentativo di custodire chi lavora con fatica per affrontare il quotidiano.

C’è una sollecitudine che fa mettere in gioco la propria vita quando la ragione direbbe il contrario ma, in coscienza, sa che non è possibile stare a guardare rimanendo indifferenti. Questa tensione ci mantiene umani, capaci di dare senso ai nostri giorni aprendo l’esistenza alla luce pasquale.

L’umanità che manca di relazione con il Cielo cerca di esorcizzare l’evidenzia della morte e, spesso, l’intera esistenza viene organizzata attorno alla paura del morire. Una conseguenza, ad esempio, è il delirio di onnipotenza che attraversa la nostra società, dove ciascuno cerca di dimostrare a se stesso di essere immortale negando la fragilità propria e altrui.

Per questo il debole viene scartato e reso invisibile in quanto, con il suo esserci, denuncerebbe la finitezza di ciascuno. Si pensi a come la cosmesi, funzionale a reggere l’illusorietà dell’eterna giovinezza, è diventata una delle principali fonti di imprenditoria del nostro secolo. Ulteriore sintomo del diffuso tratto narcisistico che procura sempre maggiori ferite relazionali procurando solitudine e periferie esistenziali.

Andare oltre le apparenze è altra cosa, richiede il coraggio di Francesco d’Assisi che ebbe ad abbracciare, baciare e servire il lebbroso che tutti allontanavano dalla propria vista, o l’audacia di Madre Teresa che uscì da ogni schema per chinarsi nei bassifondi di Calcutta, o l’osare di fratel Biagio Conte che, facendo del proprio tetto il cielo, ha accolto gli immigrati e i poveri rimasti invisibili nella città di Palermo. La notte, per loro, è divenuta giorno perché illuminata dall’amore luminoso di Cristo.

Le donne, in quel mattino di Pasqua, non rimasero prigioniere della paura del fallimento così come era accaduto agli apostoli, ma si incamminarono e trovarono la tomba vuota e le bende afflosciate su se stesse, come se il corpo si fosse sottratto a quella stasi mortifera rivelando un nuovo modo di vivere.

Anche loro erano state disarmate dalla crocifissione del Maestro ma non sono rimaste ripiegate su se stesse chiudendosi in un rimuginio nostalgico, piuttosto si sono messe in cammino ed è così che hanno constatato l’assenza del corpo e sono rimaste in ascolto. Anche l’apostolo Giovanni quando arriverà con Pietro, vedrà la tomba vuota con le lenzuola e lui vedendo crederà.

A differenza di Pietro, che continuerà a rimanere disorientato e in cerca di una spiegazione logica, Giovanni intuirà che Gesù è risorto e Maria, dopo avere dato le spalle al sepolcro, si sentirà chiamata per nome riconoscendo la voce del Signore.

Chi ama rimane attendo ai segni, procede per intuito, si fida che l’amore ha un linguaggio altro che si sottrae perfino alla morte perché l’amore è per sempre.

L’esperienza cristiana risponde a questa grammatica relazionale che procede secondo un pensiero divergente che esce dal mero pensiero calcolatore ed è perciò che il cero pasquale, nella liturgia, è simbolo del Risorto.

La cera frutto del laborioso e sommesso lavoro delle api permette di ottenere il cero pasquale che inonda di luce l’assemblea che vive al buio l’attesa della luce nuova. Le pieghe esistenziali e i carichi che ciascuno porta, dunque, sono visitati dalla Luce che irrompe nella notte santa. In questo modo tutta la chiesa si illumina, ciascuno attingendo all’unica fonte, e ciò rivela il dono della comunione.

Insieme alla cera le api producono il miele che per la dolcezza fin dall’antichità viene indicato come alimento del cielo. Anche la manna nel deserto, durante l’esodo, assume il sapore di focaccia mista a miele. È di questo gusto che avrà bisogno Israele per mantenersi in cammino, lo stesso dicasi per l’umanità di tutti i tempi che nel travaglio del quotidiano rischierebbe di perdere il gusto della vita stessa.

Il simbolo appare ancora più eloquente quando si scorge che, nel corso dell’anno, il cero pasquale si consuma per donare luce, si va esaurendo fino a scomparire.

È la manifestazione di Dio che viene realizzata nella storia attraverso un modo sempre più essenziale: dai grandi eventi dell’Antico Testamento si passa all’incarnazione fino al mistero di passione e morte in croce. Il Dio che fa aprire il mar Rosso e dopo tanti prodigi si manifesta nell’umile fattezza di un bimbo, si identifica col pane spezzato e, poi, si consegna fino ad essere crocifisso e, così, non conservare più nulla per sé.

L’amore totale si fa essenziale, non ha più bisogno di grandi gesti o di molte parole ma del poco che rivela il tutto. È questo linguaggio che le donne e Giovanni hanno intuito quando stavano ai piedi della croce, perciò non si sono fermati perché interiormente hanno sperimentato la profondità dell’amore che non tramonta e che li ha resi testimoni del Cielo.