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Educativa di strada, Psicologia e vita, Ricerca di Dio, Testimoni

Parole rigenerate

Le parole vanno rigenerate attraverso il vivere quotidiano. L’esistenza personale non può diventare una memoria conservativa ma abbisogna di una narrazione attiva capace di creare connessioni inedite e sempre nuove comprensioni della realtà.

Quando la parola viene usata come fuga nell’illusorio o pretesto per difendere i propri preconcetti allora perde di senso e, addirittura, può diventare minaccia per la comunità perché anziché creare ponti costruisce invalicabili distanze.

Questo rischio possiamo rintracciarlo anche nell’uso delle immagini. Queste se consegnate ad un’estetica dei consumi rivelano oggetti o corpi vuoti cioè privi di relazione ed utilizzati in modo arbitrario, come quando l’immagine viene declinata per affermare il potere, il successo o l’importanza. Anche in questo caso l’immagine, piuttosto che comunicare la bellezza e l’unicità dell’esserci con e per l’altro, potrebbe imporre omologazione o emarginazione, esuberante dominio o rifiuto di chi non accetta di consegnarsi alle mere apparenze.

Parlare e rivelarsi in modo autentico è la grande sfida dei nostri giorni perché troppo siamo attorniati da mezze verità che vorrebbero suggerire il compromesso, la convenienza di turno, il non scegliere per non rischiare di perdere qualcosa.

L’evangelista Luca comincia il suo racconto dicendo di riferirsi ad avvenimenti che hanno concretizzato la Parola e, così, lasciando intuire che qualcosa è cambiato: non è più possibile separare il detto dal vissuto.

In modo lapidario all’interno della sinagoga, dopo avere letto il rotolo di Isaia riferito al Messia liberatore, Gesù afferma che quella Parola ora si è compiuta!

Non c’è più una distanza temporale, un’attesa che rimanda al domani la pienezza delle cose, una possibile deresponsabilizzazione, è nell’ora presente che si realizza la missione di Cristo e così sarà pure quella della Chiesa.

Oggi l’apparenza e la cultura dell’immagine, trova una nuova sintesi frutto dell’ascolto. Abbiamo bisogno di vedere e udire, entrambi fanno parte dell’unico senso che si esprime nel testimoniare.

Testimonia chi non rivela se stesso e con la propria vita indica un altro. Testimonia chi ama, i suoi giorni parlano dell’amato e della causa per cui si consuma. È la storia del martire che con la sua morte manifesta per cosa vive.

Rimane muto chi cerca di raccontare se stesso attraverso le proprie conquiste e i successi della vita, chi ha un discorso autoreferenziale volto solo a ricevere plausi e a rimanere al centro di tutto.

La Parola, invece, è sempre nuova perché lo Spirito Santo rende nuove tutte le cose. Lui mette in relazione, genera comunione e dunque fa uscire da sé per scoprirsi attraverso l’interlocutore. È la conoscenza resa possibile dall’amore e dal compromettersi per l’altro: chi si preserva vive di parole morte e fa del passato una nostalgia abitata.

La Parola, dunque, permette di leggere la realtà e di incarnarsi nel quotidiano. Quando guardiamo alla santità dei nostri giorni abbiamo bisogno di ascoltare il messaggio che ne deriva altrimenti ridurremmo la santità al mito dell’eroe senza coglierne la profondità della comunione con il Signore.

Si pensi alla testimonianza di don Pino Puglisi, un martire che ha parlato mettendosi puntualmente in ascolto. Il suoi sono stati giorni pieni, colmi della Parola che rende nuove tutte le cose, e la sua esistenza è stata resa storia di salvezza per tanti.

Cito una sua frase assai preziosa: “Ognuno di noi sente dentro di sé una inclinazione, un carisma. Un progetto che rende ogni uomo unico e irripetibile. Questa chiamata, questa vocazione è il segno dello Spirito Santo in noi. Solo ascoltare questa voce può dare senso alla nostra vita“.

Ascoltare la Parola che risuona è l’esperienza che permette lo slancio per rispondere donando ogni cosa per accogliere tutto.