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Argomenti

Educativa di strada, Psicologia della Religione, Ricerca di Dio, Testimoni

La strada per incontrare se stessi

Se cerchiamo risposta al senso della vita è necessario percorrere l’itinerario che va da se stessi all’altro. Fino a quando si rimane centrati in se stessi, infatti, l’esistenza perde di colore e di gusto e finisce col ridursi ad un continuo avvitamento attorno al proprio ego fino a spegnersi.

Riconosciamo, eppure, che buona parte delle spinte culturali contemporanee sollecitano quest’ultima direzione offrendo, quale garanzia del vivere, solo un’apparente apertura all’altro. La proposta, assai diffusa, è quella di evolversi senza perdere l’equilibrio, gioire senza donare, relazionarsi senza mai chiedere aiuto, vivere senza consumarsi. Secondo questa prospettiva, dunque, l’autosufficienza diventa il criterio per preservarsi!

L’altro, di conseguenza, viene asservito ai propri bisogni, sovente ridotti allo stato pulsionale, e trattato al pari dei beni di consumo secondo la logica dell’ “usa e getta”. La storia personale priva della dimensione relazionale, così facendo, si trasforma in una robotica performance carente di emozioni e la ricerca di appagamento finisce con l’alimentare avarizia ed invidia nei confronti del rivale di turno.

Spostare il baricentro da se stessi all’altro è l’unico modo per aprirsi ad un’esperienza autentica capace di nutrimento pieno. Mentre l’individualismo spegne il gusto isolando dal contesto, lo spendersi per il bene comune, procurando felicità condivisa, è già fonte di gioia per il proprio esserci insieme agli altri. Altrimenti si perde la visione d’insieme come quando il proprio benessere provoca inquinamento ferendo l’intero pianeta. Le ricadute comunitarie delle proprie scelte costituiscono un criterio necessario per discernere ciò che davvero ha valore per la propria realizzazione.

Per il cristiano la preghiera diventa il modo privilegiato per uscire dalla postura autoreferenziale e aprirsi all’Altro. Ci rendiamo conto che il verbo “pregare” è del tutto eluso dalla cultura contemporanea, secondo i criteri anzidetti il pregare equivarrebbe a perdere tempo e, cioè, a non essere produttivi o capaci di fare qualcosa di utile. Tale considerazione è ancora più accentuata se si pensa che per il mondo biblico la preghiera basilare è “Ascolta Israele”, e dunque una postura infruttuosa secondo i cliché dei nostri giorni.

La parabola del fariseo e del pubblicano (Lc 18, 9-14) rivela l’essenza della preghiera attraverso le parole dei due protagonisti. Il primo si ritiene giusto, è un osservate scrupoloso della religione e, anzi, eccelle nelle pratiche andando oltre quanto è prescritto nella Parola, eppure c’è un vizio di fondo: lui sta di fronte a se stesso e non di fronte a Dio, e il suo fare è volto ad elogiarsi riempendosi di sé e disprezzando quanti lo circondano. È l’antitesi della preghiera e cioè strumentalizzare la religione come un modo per dimostrarsi perfetti di fronte a se stessi e quindi, di conseguenza di fronte al Cielo. Equivale a dare un prezzo all’amore di Dio e cioè tu puoi premiarmi perché lo merito!

L’atteggiamento del fariseo è ben diverso, lui non osa alzare lo sguardo, conosce la sproporzione tra il proprio peccato frutto di angherie per arricchirsi e l’onnipotenza di Dio. Eppure osa presentarsi chiedendo misericordia.

Il centro, infatti, non è la propria grandezza o fragilità, ma la tenerezza di Dio. Il pubblicano con quelle parole si consegna, consapevole che continuando a camminare da solo non avrebbe trovato alcuna realizzazione.

L’umiltà, pertanto, restituisce verità a quel che siamo. Ammettere la propria vulnerabilità, certamente non per ripiegarsi con fare vittimistico, è la chiave di volta che permette di aprirsi al Cielo e così mettersi in ascolto per vedere e, di conseguenza, agire.

Abbiamo appena celebrato la memoria del beato Giuseppe Puglisi, lo ricordiamo con queste sue parole che esplicitano il senso della preghiera: “Ognuno di noi sente dentro di sé una inclinazione, un carisma. Un progetto che rende ogni uomo unico e irripetibile. Questa chiamata, questa vocazione è il segno dello Spirito Santo in noi. Solo ascoltare questa voce può dare senso alla nostra vita”.