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La compassione nutre, l’indifferenza uccide

Senza nutrimento non c’è vita ma è necessario distinguere il nutrimento che rende liberi da quello che, invece, ingenera dipendenza. Anche nella relazione di accudimento nutre veramente chi apre il piccolo ad una storia inedita e non chi lo soggioga colpevolizzandone la crescita.

Nutrimento e libertà sono coniugati soltanto dall’amore, infatti, senza la visione per amore l’altro sarà colto ora come una preda da assoggettare, ora come un peso da eliminare. È così che si propaga la cultura dello scarto che marginalizza persone e beni una volta “consumati”.

Eppure ciò di cui ci nutriamo trasforma la nostra vita e, dunque, dal cibo dipenderà quel che diventeremo. Nessuno è già compiuto e il cammino quotidiano opera una continua rigenerazione che orienta verso il compimento per alcuni o verso la distruzione per altri.

È sintomatico che molti siano dominati dalla paura della fame finendo con l’organizzare il tempo a partire dalla scorte da mantenere colme e, quindi, rimanendo succubi di una continua ansia per la mancanza. Tutto ciò ingenera competizione e diffidenza nei confronti del prossimo.

La cultura biblica riconosce nel cibo il segno del rapporto con Dio e rivela come la fiducia nel quotidiano è frutto dell’affidamento al Padre. Non si tratta di una deresponsabilizzazione che rende passivi di fronte al compito della vita ma dell’osare della fede che procura il coraggio di vivere donandosi senza calcoli prevenienti.

La fede cristiana trova nella Eucarestia domenicale il suo centro perché lì si unisce la consegna delle proprie offerte le quali, dopo essere state accolte in Cielo, vengono restituite come il Corpo di Cristo che nutre il cammino. In questo modo viene dichiarata la propria insufficienza e l’impossibilità di sfamare se stessi senza prima avere condiviso il proprio.

È interessante notare come l’azione di Dio sia sottoposta a questo gesto di autentica consegna e non si tratta, certo, di una questione di quantità ma di un cuore che affida la sopravvivenza non alle proprie forze ma al dono del Cielo. L’affidarsi dell’uomo, così, rende possibile il miracolo del Pane e la trasformazione di un popolo nel Corpo di cui si è nutrito.

La pagina del Vangelo (Gv 6, 1-15) di questa domenica racconta di un episodio in cui tale mistero di comunione è già palesato, vi troviamo Gesù con i suoi discepoli ritirato su un monte quando ormai era vicina la Pasqua. Nel tempo in cui si celebrava l’esodo, cioè il passaggio dalla schiavitù alla libertà, i discepoli sono chiamati a scoprire il senso di quello che il Maestro sta già operando in mezzo a loro.

Gesù alzando lo sguardo verso il Padre riconosce la fame della folla: i bisogni immediati non vengono svalutati ma da essi Dio passa a rivelare i bisogni profondi, gli unici capaci di rispondere veramente all’anelito umano.

Ora il dialogo con il Padre lascia risuonare la fame dell’umanità perché Dio ha fatto spazio dentro di sé e la compassione traduce la Sua risposta manifestata nel chinarsi verso la creatura. Lui, però, abbisogna della fiducia dei discepoli i quali sono chiamati a consegnare quei pochi pani e i due pesci.

Il Maestro chiederà di fare sdraiare la folla come ad indicare che loro sono resi liberi, perché mangia sdraiato chi è servito da un altro e, appunto, Lui stesso li servirà!

A ciascuno, pertanto, è dato di rendere possibile la cura di Dio nella misura in cui si affida ogni cosa e si accoglie il Suo dono.

Mentre la folla non vede quel che realmente accade i discepoli ne sono resi partecipi, loro fanno esperienza del pane condiviso che diventa sufficiente per tutti ed è pertanto che saranno inviati a testimoniare l’esperienza della comunione con il Cielo.

Gesù, inoltre, dirà loro: “date voi stessi da mangiare”. Non si tratta semplicemente del servire come se fosse un atto formale ma del diventare cibo per l’altro ed è quello che accade nell’amore. I discepoli, dunque, a loro volta saranno chiamati a vedere e ad accogliere la fame della gente fino a darsi per nutrire.

Diversamente, fino a quando la crescita sociale sarà centrata su continui progetti privi di una visione unitaria o fino a quando le politiche nazionali rimarranno schiacciate su un piano emergenziale, non ci sarà un nutrimento capace di evoluzione e non si avrà alcuna trasformazione.

Sorge spontaneo il chiedersi se il nostro tempo manchi di visione e cioè di un ascolto che va oltre l’immediato e di una ricerca di senso che elevi la dignità umana dal piano dei diritti egocentrati alla prospettiva del Bene comune e del rispetto del dono ricevuto.

Molta arroganza, infatti, fa del contemporaneo un arrampicatore sociale ma è ben diversa la rivelazione che ci viene affidata e Lui che era Dio si è fatto servo, Lui che poteva nutrire se stesso è partito dal consegnarsi per nutrire tutti noi.

Oggi, per ciascuno, è tempo di scelte ed è necessario rivelare da che parte stare. Nel mentre, l’umanità più povera continua ad attendere.