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Educativa di strada, Palermo, Psicologia e vita, Ricerca di Dio

L’ audacia della speranza

La fede si rivela nella concretezza della vita e, oggi, esprimere attivamente il proprio voto diventa una delle forme in cui tradurre la personale speranza della fede.

Non è ammissibile sfiducia o ripiegamento vittimistico e neppure accomodarsi per quiete personale ma il credere impone l’audacia di chi ha a cuore l’interesse per il bene dell’intera comunità.

Il sottrarsi alla responsabilità elettorale, infatti, costituirebbe una ingiustizia perché equivale a non farsi carico della causa dei poveri, di quanti sono nel travaglio ed abbisognano di politiche solidali e rispettose della dignità di ciascuno. L’astensione, dunque, rivela indifferenza ed individualismo privo di apertura all’altro e, questa, sarebbe una visione opposta a quella evangelica.

La pagina di Luca (16, 19 – 31) che meditiamo proprio in questa domenica ci riporta, in modo plastico, alla necessità di rispondere alla propria chiamata assumendoci la responsabilità della scelta.

Leggiamo di un ricco, vestito in modo particolarmente raffinato, che tiene fuori dalla sua casa e dalla lauta mensa un uomo che rimane sulla soglia piagato e afflitto dalla propria miseria. Il ricco è indaffarato nel prendere cibo e non vede la presenza del povero Lazzaro, il suo sguardo implode nella brama di vivande e la sua veste gli crea come una coltre che impedisce di andare oltre se stesso.

Si descrive, in questa scena, una dinamica esistenziale fondata sulla superficie del vivere dove l’appagamento immediato e la cura dell’esteriorità diventa il criterio emotivo per sentirsi realizzati. Simile postura determina un assopimento dell’anima fino a privare totalmente della luce.

L’ulteriore dialogo a cui ci fa assistere la parabola fa approfondire il senso delle cose. Il ricco continua a pensare a se stesso o comunque ai “suoi”, non ama perché l’amore si dilaterebbe a tutti senza esclusioni e, per questo, non raggiunge il paradiso.

Il ricco, ora, si trova nell’abisso più grande e ciò che gli pareva promessa di felicità si trasforma in supplizio infinito. La vita puntualmente si fa occasione per scegliere di attraversarla facendo il bene, andando oltre i pregiudizi e le apparenze.

Sceglie chi si compromette e non rimane spettatore, chi desidera fondare la propria esistenza come la casa costruita sulla roccia. Rimane nel quieto vivere, indifferente ed egocentrato, chi si ferma alla superficie costruendo sulla sabbia per non sostenere la fatica dello scavo o per avere un risultato immediato e, magari, fare economia. Malgrado i due edifici appaiano uguali, di fatto, all’arrivo delle intemperie uno solo potrà resistere.

Scegliere significa, anche, andare oltre la soglia della comfort zone, prendere il largo e fidarsi della missione che Dio affida alla propria esistenza e, dunque, mettere a frutto i doni ricevuti. Il ricco della parabola, invece, utilizza i talenti per se stesso e questo procura una profonda ingiustizia perché sottrarsi dalle proprie possibilità di condivisione equivale a produrre scarto sociale e contribuire alla sofferenza altrui.

Il povero, diversamente, porta un nome perché permette di essere conosciuto da Dio, Lazzaro a differenza del ricco si affida e trova accoglienza e consolazione nel Cielo.

Ritorna la massima che regge l’esistenza di ciascuno: dalla meta che ci prefiggiamo dipende la profondità del nostro cammino. E, dunque, chi sceglie la meta del Cielo non può sottrarsi dall’audacia propria della speranza.