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Educativa di strada, Incontri culturali, Testimoni

Gratuità

Un aspetto prezioso per la vita di ciascuno è l’amicizia, e cioè la relazione connotata da affidamento e gratuità. Si sta bene con gli amici e ciò perchè non abbiamo bisogno di finzione, di difenderci dal giudizio altrui. L’amico sa come siamo fatti e, reciprocamente, nell’amicizia ciascuno accoglie le lacrime dell’altro.

        Ci si dedica del tempo che non è fruttuoso, non è la cena di lavoro che ti porta da un amico ma la ricerca di consegna, così come di leggerezza, che non equivale a mancanza di profondità. Piuttosto nell’amicizia matura il senso delle cose, dando spazio a quel che ci permettere di rimanere umani. Non  è contraddistinta da possessività ma dalla libertà del legame e dalla gioia per il bene altrui. 

        L’amicalità è pure un atteggiamento interiore, e cioè lo stare in questo mondo senza nutrire inimicizia. Ricordiamo come Gesù non riuscì ad avere nemici sebbene molti si mostrassero ostili. Lui chiamò   “amico” perfino Giuda, tanto era il suo desiderio di bene e di mostrargli l’altra guancia, non quella ferita ma quella che poteva recuperare la relazione.

Molti stanno nel quotidiano così come nel proprio lavoro, nel segno dell’amicalità. Si può essere amici anche dietro uno sportello nel mentre che si guarda la gente che in fila pazientemente attende di potervi accedere, o ancora stando ad una cassa sorridendo o non insistendo per avere indietro i pochi centesimi di resto. Si può essere amici anche occupandosi di carte burocratiche, pensando che dietro ogni fascicolo c’è qualcuno che aspetta una risposta.

L’amicizia riesce ad essere tale anche quando non c’è alle spalle una lunga storia di conoscenza. Ne è testimonianza, in questi giorni, il lavoro senza tregua di tanti medici e infermieri che rischiano oltre misura il contagio, tuffandosi nell’aiuto del prossimo anche in situazioni di estrema precarietà.

Già 51 di loro dopo il contagio hanno perso la vita, e ricordiamo pure l’ultimo gesto di amicizia di don Giuseppe Berdardelli il prete che ha donato il suo respiratore ad un giovane cedendogli il posto in terapia intensiva, così facendo gli ha ceduto la vita.

Gesù ha ribadito “non vi chiamo più servi ma amici” come ad intendere quell’intimo legame con cui desiderava consegnare la terra al Cielo e viceversa, è questo il desiderio del Padre suo. Dio si china da amico e non da padrone, la sua autorità è fondata sullo sguardo amicale per il quale non c’è da difendersi ma da lasciarsi amare.

Il Vangelo ( Gv 11, 1-45) ci presenta un pregnante episodio inerente la vita di Gesù e quella di tre suoi amici. Lazzaro stava per morire e le sorelle avevano mandato a chiamare l’Amico per poterlo salvare. Sorprendentemente Gesù si mise in cammino dopo avere atteso, perchè intendeva incontrare l’amico proprio nel punto più doloroso: la morte.

Alla domanda dei discepoli che hanno qualche remora ad andare a Betania considerato che il Maestro rischiava di essere ucciso, Gesù risponde che le ore del giorno sono dodici e dunque la sua missione adava realizzata malgrado le forze avverse, in quanto andava rivelata l’opera e la volontà del Padre. 

Gesù non si mostra come un interventista, cioè uno che si occupa di ogni cosa sostituendosi all’altro. Essere amici non equivale a fare da badante e non significa neppure ergersi al di sopra dando sempre la soluzione per ogni cosa. Gesù sorprendentemente si mette in cammino quando l’amico Lazzaro è morto. Vorrebbero impedirglielo, perchè già puzza da giorni ma Lui desidera andare oltre.

Si commuove quando trova Maria, sorella di Lazzaro, in lacrime. Nell’amicizia si consegnano pure le lacrime, non ci si nasconde, è fiducia e consegna totale. Gesù non si ferma e chiederà di togliere la pietra sepolcrale, dunque, griderà a Lazzaro di venire fuori.

L’amicizia autentica aiuta a svelare tutte quelle maschere che il pensiero collettivo vorrebbe metterci addosso per accettarci. L’amico non pone “se”, non mette condizioni per entrare in relazione ma accetta per quel che noi siamo. 

Lazzaro uscirà fasciato, sengno di quella fragilità di cui l’essere umano è segnato, ma c’è un dono ulteriore che viene prefigurato in questa scena: l’amore del Cielo ci porta oltre la morte, ed è per questo che Gesù è venuto.

Il mattino di Pasqua il lenzuolo in cui era avvolto il corpo di Gesù sarà lì, afflosciato su se stesso ma senza il corpo che custodiva. È il segno che per il Cielo siamo fatti, non per essere tenuti dai legacci del viaggio terreno ma per attraversare in pienezza questa vita ed entrare in una nuova Alba. 

Tornano in mente le parole di David Maria Turoldo in Il ricordo di un amico:

“Penso che nessun’altra cosa ci conforti tanto,

quanto il ricordo di un amico,

la gioia della sua confidenza

o l’immenso sollievo di esserti tu confidato a lui

con assoluta tranquillità:

appunto perché amico.

Conforta il desiderio di rivederlo se lontano,

di evocarlo per sentirlo vicino,

quasi per udire la sua voce

e continuare colloqui mai finiti”.