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Palermo, Ricerca di Dio

L’arte di riparare… per tornare a camminare

Il tempo è sempre un’occasione per la nostra vita, è possibilità di scoperta e di cambiamento, riparazione e cura delle ferite procurate. Chi cammina, infatti, sa di non essere perfetto e nei giorni coglie la possibilità di ravvedersi migliorando il proprio cammino esistenziale anche cambiando direzione qualora dovesse essere necessario. Ciò è possibile nella misura in cui viene chiarita e approfondita la meta per la quale vale la pena vivere, altrimenti il tempo sarebbe sciupato in un continuo avvitamento attorno a se stessi arrivando alla tristezza e alla noia del vivere.

Per mettersi in cammino, dunque, è necessario partire dalla propria fragilità e non per rimanere schiacciati in un atteggiamento di autocommiserazione ma per approfondire la relazione con il Padre che dona il soffio della vita.

Questa settimana abbiamo iniziato il cammino quaresimale con l’imposizione delle ceneri ricordando, così,  la precarietà umana segnata dal limite quotidiano e dalla morte. Non è possibile intraprendere il cammino eludendo questa evidenzia, altrimenti l’esistenza personale si organizzerebbe attorno ad un continuo evitamento in cui la persona cercherebbe di dimostrare a se stessa e agli altri  una parvenza onnipotente.

Il percorso quaresimale, allora, cerca di approfondire la scoperta del volto di Dio e la pagina delle tentazioni svela immediatamente che l’interlocutore non è il tentatore ma il Padre che è nei cieli. Lui si rivela nel segreto del cuore, nella storia quotidiana o nella liturgia, luoghi in cui si rivela con essenzialità e senza nulla di appariscente.

L’eclatanza suggestiva delle tentazioni, piuttosto, non appartiene alla fede in Dio ma ad una forma di religiosità che rischierebbe di alienare l’essere umano rendendolo ora passivo di fronte alla divinità o, in altri momenti, delirante rispetto alla missione che gli viene consegnata.

La prima domenica di quaresima, allora, ci pone di fronte a tre derive volte a dimostrare  la propria dignità di figli di Dio ma, comprendiamo bene, se la relazione filiale è da provare allora ci si sta lasciando dirigere dal dubbio.

La risposta alle tentazioni, però, non è fideismo cieco ma un eloquente postura di verità dove si annuncia che non è possibile nutrirsi di qualsiasi cosa, che il potere non sta nella onnipotenza e che solo rimanendo nel quotidiano, senza scorciatoie suggestive, è possibile arrivare alla meta.

Ogni volta che si cede alla pretesa di dimostrare la relazione con il Padre si cade nell’equivoco di una religione provata dalla conoscenza e dal potere, come se Dio si potesse ridurre ad una mera dottrina o al successo raggiunto. La relazione con il Cielo supera ogni schema volontaristico ed è frutto della fiducia e dell’ascolto che portano a crescere nell’esperienza di Dio durante il viaggio della propria vita.

Il tentatore, nelle sue proposte, non ha una visione storica e relazionale, piuttosto, mostra il segmento immediato chiedendo dimostrazioni nel qui e ora, così nascono le idolatrie di ogni tempo le quali pretenderebbero di comandare l’agire di Dio pensando di racchiuderlo in un amuleto o in una formula magica!

Gesù dopo essere stato riconosciuto dal padre il “Figlio mio, l’amato”, dallo Spirito è portato nel deserto come ad indicare che la precarietà della vita va attraversata con la postura filiale affidati allo Spirito Santo.

La prima tentazione equivarrebbe ad utilizzare la parola per snaturare le cose e pretendere di nutrirsi da soli e di tutto senza accogliere il dono del Padre. Sul cibo si giocano gli equilibri mondiali: ancora oggi ogni anno un milione di bambini al di sotto dei cinque anni muore per malnutrizione e più di trecento milioni di persone non hanno disponibilità del cibo necessario, mentre un miliardo di persone soffre di obesità…

Nella seconda tentazione viene proposto il potere su tutti i regni e la gloria che ne deriva. È l’insidia più pericolosa perché seduce l’essere umano asservendolo ad un padrone che gli permette di ottenere tutto ciò. È la logica che regge l’affiliazione mafiosa o l’ingresso nelle lobby che governano le finanze locali e planetarie. Il tornaconto, però, è di un istante e cioè dopo c’è il baratro, perché certo questa forma di organizzazione sociale non ha alcuna cittadinanza in Cielo.

La terza tentazione è sottile ma assai diffusa, la spettacolarizzazione della religione, un modo suggestivo che vorrebbe fare saltare la storia con la sua fatica quotidiana. Gesù dall’alto della croce a compimento dei suoi giorni rivelerà pienamente che è Figlio di Dio e lì non c’è nulla di suggestivo. Il delirio religioso, diversamente, si fonda su questa pretesa di piegare il Cielo a proprio piacimento per dimostrare la propria grandezza, è la vicenda dei “giusti” di ogni tempo i quali si arrogano il diritto di giudicare tutto e tutti.

Le tentazioni, dunque, cercherebbero di ferire la relazione d’amore con il Cielo infondendo sfiducia nella paternità di Dio. In realtà l’amore è ciò che regge l’esistenza umana e questo ha sempre la caratteristica pasquale e cioè deve passare per il mancato riconoscimento fino al fallimento ma in questo consumarsi sino alla fine emerge il volto luminoso dell’Amore che ci lega al Cielo. È per questo sapore di eternità che siamo fatti, l’unico a potere procurare felicità ad ogni essere umano.

Quanti testimoni negli ultimi anni ci hanno rivelato simile volto dell’amore: madre Teresa, Giovanni Paolo II, Pino Puglisi, Rosario Livatino, Chiara Corbella, Carlo Acutis, Manuel Foderà e tanti altri capaci di amore senza fine…

L’immagine è dello Chapitò in riparazione dopo che la notte di capodanno è stato squarciato da un petardo. Cadere nella tentazione è fermarsi alle ferite fino a disperare, riparare è creare l’occasione per una sinergia di solidarietà che ha permesso di sostenersi a vicenda donando esperienza di umanità oltre le apparenze.