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Educativa di strada, Palermo, Psicologia della Religione, Ricerca di Dio

Ascoltare è vedere

Vedere, voce del verbo ascoltare. Fermarsi alle apparenze o a ciò che corrisponde alle proprie aspettative è il grande frainteso dell’umanità di tutti i tempi. Se i rapporti sociali e le relazioni interpersonali subiscono così tante ferite è perché manca l’ascolto e senza ascolto non c’è bellezza.

Riconoscere l’altro e la realtà che ci circonda è un’arte che abbisogna della grammatica dell’ascolto e, dunque, delle pause e dell’attesa e cioè di quel distanziamento che permette di vedere senza coincidere, e di osservare cogliendo le diverse sfumature mai esaustive. La comunicazione, quando viene privata di queste regole basilari, diventa ermeticamente inaccessibile.

Se oggi siamo così poveri di interiorità e di vita spirituale è perché siamo permeati da una cultura estetica dove l’immagine vorrebbe dire tutto e attraverso le performance di turno raccontare la grandezza di una persona. Il ritmo accelerato ed il tempo saturo di impegni, poi, amplificano questo effetto impedendo spazi di riflessione per rielaborare e dare senso a ciò che accade. Tutto viene ridotto a frammenti da cogliere con l’illusione di impadronirsene allo stesso modo del fast food che vorrebbe trasmettere il gusto delle pietanze!

Simile parvenza viene propinata anche dall’arredo delle abitazioni, sempre più funzionale e meno relazionale, così come dalle politiche sociali volte a progetti che narrano la bellezza di un giorno senza avviare reali processi di cambiamento o, ancora, dai programmi scolastici organizzati attorno al nozionismo piuttosto che alla maturazione personale.  

Senza ascolto, tuttavia, non c’è crescita e mirare all’individuo, piuttosto che a cittadini consapevoli e attivi, favorisce la nascita di copioni autoreferenziali e narcisisticamente perfetti.

L’ascolto, diversamente, dà spazio all’altro e sposta l’interesse decentrandolo da sé, permette la fioritura dei talenti anche se questo comporta di dovere andare controcorrente. Ascoltare, inoltre, contribuisce alla crescita della civiltà che non si ferma a ripetere quello che è stato già fatto ma, imparando dalla storia, non torna a replicare i mali precedentemente compiuti.

Il progresso dei popoli abbisogna dell’ascolto e quando l’interesse legato al potere prende il sopravvento assistiamo a continui monologhi dove ciascuno cerca di affermare, ideologicamente, il proprio credo sull’altro.

Il Vangelo di oggi (Mt 13, 1-23) presenta la parabola del seminatore che declina le diverse resistenze all’ascolto autentico. La Scrittura pone l’ascolto al centro del rapporto con Dio, infatti, il peccato delle origini viene descritto come una distorsione della verità assecondando la parola menzognera volta a misconoscere il volto del Creatore e a potersi nutrire avidamente da soli.

La direzione e le scelte da perseguire dipendono, sempre, dalla parola ascoltata e senza un reale discernimento è facile confondersi.

Per farsi ascoltare Gesù si distacca dalla riva per favorire la distanza funzionale all’ascolto e, così, uscire dalla folla che, passivamente, potrebbe recepire il dialogo con il Rabbi al pari di un dettame da seguire passivamente. Il pensiero unico sintetizza questo rischio così come le mode simbiotiche inibiscono l’espressione originale della persona.

L’insegnamento del Maestro, lungi dall’essere un’imposizione, scaturisce dalla relazione che Lui instaura con i suoi: la semina della Parola nel cuore dell’uomo – inteso come terreno capace di accogliere il seme e di favorire la nascita del nuovo – è dettata dal desiderio di indicare la via che porta alla felicità piena e, dunque, a custodire da percorsi mortiferi.

L’immagine della strada rimanda al piano di superficie proprio di chi rimane impermeabile e saccente di fronte al dono del Cielo. Chi si lascia strappare dal nemico la possibilità di rinascita perché crede di possedere parole più sapienti di chi gli viene incontro. Sarebbe da ingenui credere che l’esistenza non debba fronteggiare l’inimicizia ma l’umanità che si chiude all’ascolto del Cielo, di fatto, si trova del tutto impreparata nel fronteggiare il combattimento della storia. Facilmente rimane agganciata dalle provocazioni di turno che ne orientano, reattivamente, la direzione.

Il secondo riferimento è dato dal terreno sassoso che concede l’accoglienza di un momento ma quando sopraggiunge la tribolazione e il sole cocente, viene meno spegnendo il dono. Questo secondo impedimento al cammino spirituale è oltremodo rilevante perché spiega la fragilità del nostro tempo. Si tratta del gusto emotivo che dirige senza continuità l’esistenza di una persona. Il mercato dei consumi educa a simile fluttuazione perché propone continuamente nuovi stili di vita a seconda delle mode lanciate. Quello che piace è connesso al segmento presente e non al futuro, perciò i legami, le scelte di senso, le cause per cui spendersi, assumono una sorta di vulnerabilità in base al godimento dell’istante.

La Parola, piuttosto, per essere accolta deve farsi strada dirompendo così come il seme che deve trovare un varco per prendere dimora nella terra e quindi germogliare. L’accoglienza superficiale, invece, non ammette tribolazione e la sofferenza viene scotomizzata attraverso diversi anestetici che, alla fine, mantengono l’individuo in un infantilismo perpetuo.

Il terzo terreno resistente è quello dei rovi che vengono a soffocare la pianta sul nascere. Si esplicita che sono le preoccupazioni e le seduzioni che frammentano impedendo la crescita. In questo caso la Parola è accolta e mette radici ma viene coltivata insieme ad altri orizzonti che, di fatto, assumono lo stesso valore. È quello che si assiste in molti credenti che considerano la fede una delle tante occupazioni e non la fonte da cui attingere per illuminare tutto il resto.

Il terreno che porta frutto è quello che accoglie la Parola ed è l’atteggiamento del semplice e cioè di chi si riconosce pienamente bisognoso dell’ascolto del Cielo. La bellezza di un’esistenza è data dalla luce che si porta nel cuore e questa non è mai fonte di un isolamento egocentrico ma capacità di custodia, non di possesso, del dono che si è ricevuto.

La gratitudine per la gratuità  sperimentata è solo uno dei segni di una vita feconda che rimane in cammino rivolta alla meta.