Ritrovare senso e sapore per i nostri giorni
Ciascuno ha un senso relazionale, senza il “noi” non siamo e chi si pensa da solo illude se stesso. L’esistenza matura nel passaggio dall’io al noi e il viaggio dura tutta la vita procurandoci la consapevolezza di esserci soltanto con e attraverso l’altro.
Questa esperienza rende cara anche la morte perché nel morire scorgiamo il senso di una esistenza e nessuno vive e muore per se stesso ci ricorda san Paolo (Rm 14, 7) come ad indicare la verità della vita che è data solo dal consumarsi per amore dell’altro.
La liturgia di questa domenica descrive tutto ciò attraverso le parole di Gesù (Mt 5, 13-16) che indica ai discepoli di essere sale e luce del mondo.
Il sale che si mischia alle pietanze per dare sapore e così la luce che rende visibile un ambiente. In entrambi i casi la loro presenza rivela altro da sé perché non di fatto non si apprezza il sale in quanto tale e tantomeno si può guardare la fonte di una luce che accecherebbe impedendo di aprire gli occhi.
L’uno e l’altra si diffondono risaltando ciò che incontrano, è il dissolversi del dono che porta a consumarsi per amore dell’altro. E l’amore non comincia dal desiderio della propria gioia ma da quella altrui o, meglio, si alimenta della felicità altrui.
Non si tratta neppure di svalutare l’unicità di quel che si è o, tantomeno, di asservire la propria esistenza alla compiacenza dell’altro, queste sono derive che nulla centrano con il dono d’amore.
Spesso facciamo fatica a entrare in questa visione perché partiamo da un’autocentratura narcisistica dove ciascuno si ritiene arbitro del valore altrui in base al proprio appagamento. La mentalità contemporanea, infatti, appare corrotta da questa visione – legata alla logica dei consumi – che non lascia spazio al rivelarsi dell’altro perché lo si considera oggetto di appropriazione e non dono di cui meravigliarsi.
Questa pagina evangelica segue il discorso sulle beatitudini in cui il “beati” rivela il desiderio di felicità e, secondo la traduzione ebraica, indica lo “stare dritti” nel senso di “camminare avanti”. Un invito a camminare insieme – le beatitudini sono declinate al plurale – per sperimentare la felicità ed è in questo cammino che si esprime il consumarsi per amore. C’è tutta la concretezza della storia umana ad essere messa in gioco, il cristianesimo è pragmatico nel senso che rivela il sapore del Cielo a seconda di come si attraversa l’afflizione o si vive la fame e sete di giustizia, o come ci si spende per la pace e si agisce la misericordia. È la storia a rivelare la comunione che viviamo con Dio sfatando ogni possibile fuga dicotomica che vorrebbe fare della fede uno spiritualismo disincarnato.
Il testo prosegue: “Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli”. Questo è il frutto delle opere dei discepoli i quali, con quello che sono e compiono, testimoniano il Padre.
Gesù allora sta affermando che la causa per cui ci si consuma rivela di chi siamo figli, ed è il Padre ad essere riconosciuto quando i discepoli si compromettono facendosi strumenti del Vangelo.
Come il sale e la luce rivelano altro da sé permettendo rispettivamente al cibo e all’ambiente di esserci, allo stesso modo i figli mostrano il volto del Padre, il suo sguardo misericordioso verso l’umanità.
I nostri giorni così provati da tanta aggressività e arroganza che ferisce i rapporti umani, abbisognano di recuperare sapore e luce per ritrovare gusto e senso di vita. Per fronteggiare l’escalation di violenza non ci si può limitare ad un piano di controllo che in taluni casi può servire solo ad arginare gli agiti in corso, la cura abbisogna di un piano relazionale in cui si educa all’ascolto e al riconoscimento reciproco.
Ciò che preoccupa è una visione politica che intende trasformare le Forze di polizia in braccio repressivo come è avvenuto negli Stati Uniti con l’ICE. Preoccupa che si fomenti la polarizzazione antagonista piuttosto che il dialogo e l’ascolto, o che si sanzioni come fosse un reato la manifestazione pacifica del proprio pensiero critico o lo sciopero come strumento di disobbedienza civile.
Preoccupa terribilmente l’informazione selettiva e il silenzio indifferente di fronte a oltre mille persone che la scorsa settimana sono morte nel Mediterraneo al largo delle nostre coste a motivo della non curanza dell’allarme dato dai familiari che raccontavano che l’imbarcazione era a rischio di affondare.
Preoccupa il continuo ingenerare clima di inimicizia e di terrore per legittimare lo smantellamento della Costituzione italiana e del Diritto internazionale in nome di una Sicurezza salvifica dettata dal controllo e dalla repressione della libertà di un popolo.
Ancora questa pagina del Vangelo torna prorompente con un’espressione chiara: “né si accende una lampada per metterla sotto il moggio, ma sul candelabro, e così fa luce a tutti quelli che sono nella casa”. È la chiamata a non vivere nel nascondimento ma ad esporsi per offrire luce e visione differente.
È ciò che mostrerà Gesù il quale innalzato sulla croce rivelerà in pienezza il rapporto con il Padre. A quel punto il cielo si oscurerà perché lì – in quel gesto estremo d’amore dove consegna al Padre il desiderio di perdono per tutta l’umanità – si rivelerà la Luce piena e chi lo vedrà morire in quel modo riconoscerà in Lui il Figlio di Dio. Quello che apparentemente potrebbe sembrare il contesto di buio assoluto invece diventa il luogo del compimento in cui si manifesta la Luce del Cielo.
Attraversiamo con fiducia questi giorni dunque, a ciascuno è dato di fare la propria parte affinché in un contesto di così grave grigiore quale è offerto dagli attuali scenari geopolitici, possa mostrarsi la Luce che restituisce verità all’umano che abita la nostra terra.